Violenza sessuale, a processo l'ex rettore del Seminario minore di Padova

PADOVA. Si sono guardati negli occhi per ore, seduti a pochi metri l’uno dall’altro davanti ai giudici del tribunale di Padova: l’accusato sul banco degli imputati affiancato dal difensore, l’avvocato Paolo Marson; l’accusatore sulla sedia riservata a chi è chiamato a testimoniare, volto teso e groppo in gola, pronto a cercare con lo sguardo il penalista Emanuele Fragasso, legale di parte civile. Ore difficili e drammatiche, spese in un’aula del palazzo di giustizia nel corso di un’udienza rigorosamente a porte chiuse, anche se la sentenza, attesa entro luglio, non potrà che essere pubblica come prevede la legge e pronunciata “in nome del popolo italiano”. Qualunque essa sia, di colpevolezza o di assoluzione: dove sta la verità - almeno quella processuale - dovrà stabilirlo il tribunale di Padova, chiamato a giudicare l’ex rettore del seminario minore, don Gino Temporin, 67 anni, finito sotto accusa per violenza sessuale aggravata nei confronti di un bambino (all’epoca dei fatti), oggi un ragazzo di 22 anni residente nel Veneziano, per un mese o poco più studente alle scuole medie dell’istituto che ha sede a Rubano in via Rossi 2.
Un mese di collegio costato un trauma che - secondo la pubblica accusa e la parte civile – il ragazzo, da tempo in terapia, sta ancora scontando con seri problemi di salute di tipo psichiatrico, dopo aver tentato in più occasioni il suicidio. Un mese che - è la tesi della difesa - si è tradotto soltanto in un’esperienza di difficile inserimento a scuola e nella comunità dei ragazzi del seminario minore, nulla più. Nessuna violenza sessuale, nessuna ferita nell’intimo di quel giovane che, forse, ha in testa un’altra “verità”.
Il capo d’accusa. È pesante la contestazione formulata dal pubblico ministero Maria D’Arpa e accolta dal gup che, nei mesi scorsi, ha rinviato a giudizio monsignor Temporin, imputato, nella sua qualità di rettore del seminario minore, di aver abusato dell’allievo già provato sul piano psicofisico da «altre pratiche sessuali in cui era stato coinvolto da altri seminaristi e alle quali non era avezzo», approfittando dello stato di soggezione psicologica della vittima (presunta, finché non c’è una condanna) dovuta alla differenza d’età e al fatto che il sacerdote era il punto di riferimento per quel bambino, o poco più, affidatogli a scopo educativo e di cura. Al breve soggiorno nel seminario del piccolo allievo veneziano risalirebbe l’inaccettabile incontro fra il tredicenne e il monsignore che, forte della propria autorità spirituale, «con minaccia... avrebbe intimato al giovane il silenzio su quanto stava per accadere mediante giuramento su una Madonnina di legno... prospettando le conseguenze di un’eventuale violazione dell’impegno assunto».
L’ex rettore. La scorsa estate monsignor Temporin ha lasciato la guida del seminario minore dopo 17 anni di rettorato trascorsi senza particolari difficoltà. Giusto tre anni fa aveva festeggiato, nella natìa Conselve, i 40 anni di vita sacerdotale inaugurata il 13 giugno 1970, giorno dell’ordinazione. Durante l’inchiesta, vissuta in sofferenza fanno capire fonti a lui vicine, ha scelto di non parlare affidando alla strategia difensiva la tutela della reclamata innocenza. Al processo dovrà dire la sua: l’interrogatorio del sacerdote è stato chiesto dal legale di parte civile.
Il vescovo. Ecco la nota della Diocesi di Padova: «In riferimento al processo avviato riguardante don Gino Temporin, presbitero diocesano, si comunica che fin dall’inizio delle indagini il vescovo di Padova – dichiaratamente sorpreso della natura delle accuse e confermando piena fiducia nella persona e nell’operato di don Temporin, di cui si conosce la solida integrità morale e spirituale – ha dato piena disponibilità agli inquirenti nella raccolta di informazioni per fugare qualsiasi dubbio potesse interessare la figura di don Temporin o dell’istituzione Seminario. Contestualmente il vescovo ha assunto le dovute informazioni e non ritrovando alcun sospetto di comportamento moralmente scorretto dell’allora rettore del Seminario minore lo aveva confermato nell’incarico fino al termine previsto del suo mandato. Nonostante la raccolta delle prove – tra cui numerose intercettazioni telefoniche e ambientali, perquisizioni, perizia del computer, nonché 29 assunzioni di informazioni testimoniali – non abbia portato alcuna evidenza per il capo di accusa attribuito a don Gino Temporin, la vicenda processuale sta facendo il suo corso. Il vescovo, nella fatica di questa dolorosa situazione, ribadisce la fiducia nei confronti del presbitero e di quanti negli anni hanno operato nel seminario Minore, istituzione che non ha registrato segnalazioni di situazioni equivoche riguardanti il rettore o i suoi collaboratori. E conferma il valore educativo di questa comunità».
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