Droga e telefonini in carcere: 15 arresti, tra cui 6 agenti penitenziari

PADOVA. Operazione della Polizia di Stato di Padova che con la collaborazione della Polizia Penitenziaria, sta eseguendo 15 arresti e 22 perquisizioni per spaccio di sostanze stupefacenti e corruzione di pubblici ufficiali. Tra gli arrestati anche 6 agenti della Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa di Reclusione che in concorso con familiari ed ex detenuti, introducevano in carcere droga (eroina, cocaina, hashish, metadone) e materiale tecnologico (telefonini, schede sim, chiavette usb) per i detenuti. Tra gli arrestati anche un avvocato di Padova.
Le indagini degli uomini della squadra mobile, coordinati dal Servizio Centrale Operativo e dalla Direzione Centrale Servizi Antidroga, con l’ausilio delle Squadre Mobili di Belluno, Lecce, Matera, Napoli, Rovigo, Salerno, Torino, Trieste,Venezia, Varese, Verona, Vicenza e del Commissariato di Porto Tolle (RO),hanno permesso di smantellare un vero e proprio sistema di consegne all’interno del carcere.
Oltre 100 gli uomini della polizia di stato impegnati nell’operazione. Eseguite anche 30 perquisizioni nella casa di reclusione di Padova.
I nomi degli arrestati. I due agenti della polizia penitenziaria arrestati e destinatari di un provvedimento di custodia cautelare in carcere sono: Pietro Rega, 48 anni, detto "capo" o "uomo brutto", originario di Mariglianella (Napoli) e residente a Mirano; Luca Bellino, 38 anni, detto "u cafone" originario di San Paolo di Civitate, residente in via Croce Verde a Padova. Altri 4 agenti sono invece agli arresti domiciliari, si tratta di: Roberto Di Profio, 45 anni, detto "Kelos", originario di Chieti e residente a Abano; Paolo Giordano, 40 anni, detto "il poeta", originario del Lazio e residente in via Due Palazzi a Padova; Giandonato Laterza, 31 anni, detto "bambolotto", originario di Matera e domiciliato a Piazzola sul Brenta; e Angelo Raffaele Telesca, 36 anni, detto "Condor", originario della Toscana e residente ad Albignasego.
Gli altri arrestati sono: Karim Ayari, 27 anni, detto "Kimu", tunisino; Mohamed El Ins, 44 anni, detto "Giovanni" o "cioccolato", marocchino; Mohamed Es Soukti, 28 anni, marocchino; Mohamed Tlili, 41 anni, tunisino. Agli arresti domiciliari sono finiti invece: Giorgio Chiostergi, 72 anni, residente a Trieste; Amal El Archi, 23 anni, marocchino; Michela Marangon, 50 anni, residente a Porto Viro, avvocato del Foro di Rovigo; Edoardo Murador, 33 anni, veneziano di San Donà di Piave.
Capoposto del quinto piano a capo della banda. È un capoposto del quinto piano ad aver tirato le fila dei traffici nel carcere "Due Palazzi" di Padova il cui nome compare tra i 15 destinatari della misura cautelare. Si chiama Pietro Rega, 48 anni, già arrestato per fatti analoghi nel 2001 dalla Direzione distrettuale Antimafia di Napoli quando lavorava nel carcere di Avellino. Gli altri secondini, coinvolti nell'illecito sodalizio, lo chiamavano il "grande capo" il quale percepiva anche tramite vaglia postali i pagamenti di somme di danaro da parte di familiari e complici in cambio di consegne di stupefacente (soprattutto «fumo» ed eroina e per altri trattamenti di favore).
Per gli investigatori sarebbe stato Rega a coinvolgere gli altri agenti penitenziari, ad influenzarne altri dividendo i "benefit" in denaro incassati anche tramite Western Union con somme che variavano dai 200 agli 800 euro, a seconda dei favori fatti. Ma, sempre secondo gli inquirenti, l'uomo avrebbe gestito con altri colleghi anche il traffico di droga all'interno del carcere, permettendo ai detenuti, soprattutto albanesi e magrebini, di svolgere parallelamente un loro micro spaccio con gli altri reclusi.
L'indagine è iniziata nell'estate 2013, mentre la polizia stava intercettando dei marocchini sospettati di un traffico di droga. Dalle telefonate era emerso del particolare traffico nella casa penale. Scavando più a fondo la Mobile euganea ha scoperto che c'era un nutrito ed organizzato gruppo di agenti in servizio che erano dediti a fini di lucro ed in pianta stabile, in concorso con familiari ed ex detenuti, ad un sistema illecito finalizzato all'introduzione in carcere di droga (eroina, cocaina, hashish, metadone), materiale tecnologico (telefonini, schede sim, chiavette usb, palmari) ai detenuti accontentandoli per altre richieste.
Tra i presunti corruttori anche l'avvocato Michela Marangoni, 51 anni, del foro di Rovigo, che si sarebbe servita di due suoi assistiti per l'illecito commercio. In più di qualche occasione, nella collaborazione tra la Polizia di Stato e la Polizia Penitenziaria, sono state fatte perquisizioni ad hoc che hanno portato a vari sequestri, anche nelle celle di massima sicurezza.
Beneficiari anche due detenuti mafiosi con il 416bis. Telefonini cellulari, sim card, palmari, ma anche droga, entravano nelle celle di due detenuti rinchiusi con il 416 bis. È uno degli aspetti emersi nell' indagine. La polizia ha accertato che ad un camorrista napoletano appartenente al clan Bocchetta e ad un affiliato al clan della 'ndrangheta Strisuglio della Sacra Corona Unita, entrambi sottoposti a misura di massima sicurezza, erano stati portati cellulari con i quali potevano tranquillamente comunicare con l'esterno. Entrambi i detenuti sono inclusi nel numero delle persone indagate nell'inchiesta della magistratura padovana.
Il Sappe: "Polizia penitenziaria istituzione sana". "Fermo restando che una persona è colpevole solamente dopo una condanna passata in giudicato, deve essere chiaro che non appartengono certo al Dna della Polizia Penitenziaria i gravi comportamenti dei quali sono accusati i sei poliziotti. La responsabilità penale è personale e chi si è reso responsabile di gravi reati, una volta acquisite le prove certe e inequivocabili, ne deve pagare le conseguenze e deve essere cacciato dal Corpo di Polizia Penitenziaria, che è una Istituzione sana. Queste accuse fanno male a coloro che il carcere lo vivono quotidianamente nella prima linea delle sezioni detentive, come le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria che svolgono quotidianamente il servizio con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità in un contesto assai complicato per l'esasperante sovraffollamento. E’ utile ricordare che negli ultimi 20 anni la Polizia Penitenziaria ha sventato, in carcere, più di 16mila tentati suicidi ed impedito che quasi 113mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze”, è il commento di Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, la prima e più rappresentativa organizzazione dei "Baschi Azzurri".
Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova








