L’accoglienza che funziona e diventa autonomia: una festa per la nuova vita di Salamata e Yampa
A Cartura una coppia arrivata dal Burkina Faso lascia la struttura di assistenza del progetto Sai per vivere in autonomia: amministratori, operatori e vicini organizzano una festa per salutare i due

Nei prossimi giorni diventeranno completamente autonomi, chiudendo un percorso di integrazione iniziato appena due anni fa. E per celebrare questo momento così importante, per loro è stata organizzata una festa di saluto nella casa di accoglienza di Cartura, che li ha ospitati fino ad ora: un momento condiviso tra cittadini, operatori, autorità e tutte le persone che hanno seguito da vicino il loro progetto di accoglienza e inserimento, il Sai di Este.
I protagonisti sono Salamata, 51 anni, e Yampa, 43 anni, coppia originaria del Burkina Faso, pronta ora a iniziare una nuova fase della propria vita. La casa in cui hanno vissuto in questi mesi è una struttura dedicata all’accoglienza di coppie senza figli e rappresenta uno dei modelli sperimentali del progetto Sai. Ad oggi vi risiedono una coppia ucraina, una coppia ivoriana, una sudanese e due coppie del Burkina Faso, tra cui proprio Salamata e Yampa, che ora lasciano l’abitazione dopo aver raggiunto gli obiettivi previsti dal percorso di accoglienza e integrazione.
Hanno lasciato il proprio Paese a causa della guerra, si sono separati dai figli, hanno attraversato deserti e confini senza sapere cosa aspettarsi e sono arrivati in Italia senza conoscere la lingua né il luogo. Poi sono stati accolti, hanno trovato un lavoro e hanno costruito passo dopo passo una nuova vita grazie al progetto Sai di Este, fino ad arrivare a oggi: una casa, un’autonomia e un futuro da ricostruire, con l’obiettivo di riunirsi ai figli. «Siamo arrivati in Italia il 6 gennaio 2023. In questa casa a Cartura siamo giunti il 26 marzo 2024». Alle spalle un viaggio lungo e difficile: Burkina Faso, Niger, il deserto algerino, poi Tunisi, Sfax e infine Lampedusa.
Un percorso segnato dalla necessità di fuggire da una terra in guerra, lasciandosi alle spalle affetti e abitudini. Quando sono arrivati non conoscevano l’italiano. «Siamo partiti da zero. Ora riusciamo a parlare un po’ e lo capiamo bene». Yampa lavora come metalmeccanico in un’azienda di Ponte San Nicolò, dove la coppia si trasferirà a breve, ora che possono garantirsi un alloggio in autonomia. Per mesi ha affrontato ogni giorno oltre un’ora di strada all’andata e al ritorno con una bici elettrica, indipendentemente dal meteo. Salamata è invece impiegata come addetta alle pulizie per una cooperativa che opera nei supermercati del territorio. «Abbiamo due bambini, Fadila di 12 anni e Ayuba di 8. Sono rimasti nel nostro Paese e stanno studiando. Noi inviamo tutto il necessario per la scuola, la sanità e per la famiglia che li ospita». Un legame che non si è mai spezzato, mantenuto vivo da telefonate quotidiane. L’obiettivo è chiaro: riunire la famiglia.
Al momento, però, il ricongiungimento familiare dovrà attendere ancora. La coppia vivrà infatti in subaffitto, condividendo l’abitazione con un’altra signora e la sua badante: una soluzione temporanea che non consente, per legge, di accogliere anche i figli. Per poterli portare in Italia sarà necessario trovare una casa autonoma, con spazi adeguati e un contratto intestato. La ricerca per questa prima soluzione è stata lunga e non semplice. «Abbiamo cercato ovunque, ma non riuscivamo a trovare casa o a essere accettati».
Eppure, nonostante tutto, il loro racconto è pieno di gratitudine. «Non abbiamo mai avuto difficoltà qui. Ci siamo sempre sentiti aiutati». Parole che raccontano un’accoglienza concreta, fatta di relazioni e presenza quotidiana da parte dei responsabili del progetto. Ma soprattutto, è forte il legame che li unisce: «L’amore ci ha salvato la vita e continuerà a farlo. Se siamo arrivati fin qui è perché siamo andati avanti insieme. Anche senza quattro mura, siamo casa l’uno per l’altro». Un legame che è stato riconosciuto anche dai vicini di casa, che parlano di «un’esperienza positiva» e ricordano come «da un iniziale timore si è passati a un affetto sincero».
Oggi, infatti, il distacco è accompagnato da commozione: «Ci mancheranno tantissimo». Una storia che, partita dalle incertezze, oggi si chiude con un momento di festa e con la consapevolezza di aver costruito qualcosa che va oltre l’accoglienza.
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