Foglie gialle e in caduta, il patologo vegetale: «Gli alberi muoiono di sete, dobbiamo cambiare specie»
Lucio Montecchio è professore di salute e benessere degli alberi ornamentali all’Università di Padova: «Un albero che ingiallisce d’estate è un albero che chiede acqua con la stessa urgenza di un bambino. Servono piante mediterranee»

«Un albero che ingiallisce d’estate è un albero che chiede acqua con la stessa urgenza di un bambino. Ma con il clima attuale, questa sete sarà sempre più difficile da placare». Parte da un’evidenza basilare – e non scontata – Lucio Montecchio: patologo vegetale e professore ordinario di salute e benessere degli alberi ornamentali all’Università di Padova, è autore del bestseller Grammatica degli alberi, in pochi mesi giunto alla terza edizione.
La carenza d’acqua spiega le fronde ingiallite in piena estate e le foglie che cadono con settimane di anticipo: un’immagine troppo comune pure nel Padovano, dove le settimane torride e senza pioggia si stanno moltiplicando.
Professore, perché gli alberi perdono le foglie in questo periodo dell’anno?
«È una forma di difesa. Le foglie servono all’albero per la traspirazione e per gli scambi gassosi: quando manca acqua nel suolo per un lungo periodo, l’albero se ne libera. In natura funziona così. Il problema è che da anni, non da settimane, sappiamo che la siccità estiva sarebbe diventata sempre più severa, eppure continuiamo a piantare senza garantire agli alberi la cura necessaria. Piantare un albero significa assumersi la responsabilità di dargli da bere quando ne ha bisogno, proprio come ogni altro essere vivente: un cane o un gatto. O, per capirsi fino in fondo, un bambino».

In cosa stiamo sbagliando?
«Continuiamo a piantare specie autoctone della pianura padana, come farnia, frassino e olmo, dando per scontato che vadano ancora bene perché erano piante tipiche cinquant’anni fa. Ma in pianura padana, ormai, non c’è più quel clima: basta guardare alle secche del Po, dell’Adige e del Brenta. Clima tropicale è abusato, ma possiamo certamente dire che siamo entrati in una fase mediterranea. E quindi – fra gli errori correnti – c’è la tendenza a piantare la farnia: è una quercia bellissima, ma ha bisogno di molta acqua, e la falda che un tempo si trovava a un metro di profondità oggi è molto più bassa».
Su quali alberi ci dovremmo concentrare per portare ombra e respiro nelle nostre città?
«Bisogna guardare a specie più mediterranee, adatte a suoli poveri d’acqua. Il carpino, per esempio, si comporta ancora molto bene. Tra le querce, invece della farnia, ci sono ottime alternative meno assetate: la roverella, il rovere, il leccio. Sono altrettanto belle, fanno ghiande altrettanto interessanti, ma sono tipiche di climi più siccitosi e quindi già adeguate al clima che stiamo frequentando. Dobbiamo uscire dalla logica per cui una specie va bene solo perché è tipica della pianura padana degli anni ’70. Bisogna anche resistere alla tentazione di volere alberi a crescita rapida solo perché non abbiamo la pazienza di aspettare: crescono in fretta proprio perché consumano più acqua, mentre le specie a lento accrescimento si accontentano di quella che trovano».
Chi cura peggio il verde, il pubblico o il privato?
«Paradossalmente è il privato il problema maggiore, non il verde pubblico. Le amministrazioni comunali, anche solo per l’immagine che devono dare ai cittadini, hanno spesso una qualche forma di attenzione, magari non perfetta, ma esiste. Purtroppo il privato, che spende una cifra importante per piantare un albero nel proprio giardino, poi se ne dimentica. La responsabilità di annaffiare, controllare, dare da mangiare all’albero non finisce con l’atto di metterlo a dimora: quello è solo l’inizio».
Cosa rischiano gli alberi già indeboliti dalla siccità?
«Dopo il disseccamento delle foglie arrivano i parassiti: bastano agenti minori, spesso irrilevanti per un albero sano, per aggredire un organismo già debilitato. È come una persona anziana per cui un semplice raffreddore diventa una polmonite. Dobbiamo fare tesoro degli errori commessi finora, scegliere specie più adatte a un clima siccitoso e, soprattutto, dare a ogni albero la dignità che merita: non piantarlo all’ombra in pieno sole, né in una buca troppo piccola tagliandone le radici. Un albero dovrebbe poter vivere 150, 200 anni. Non deve sopravvivere: deve vivere. Se ci accontentiamo che arrivi a 60 anni, sbagliamo: è ancora un bambino».
In Grammatica degli alberi lei propone una rivoluzione copernicana: abbandonare il mito del bosco istantaneo per tornare alla pazienza della rinaturalizzazione e a un progetto di territorio che consideri gli alberi e il loro mondo – che è il nostro – infrastrutture vitali.
«Prima di piantare un albero dovremmo conoscerne la grammatica, cioè chi è, di cosa ha bisogno, cosa si aspetta da noi, ancora prima di pensare a cosa ci aspettiamo noi da lui».
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