Bloccati in casa da tre mesi perché l’ascensore è rotto
Albino e Anna, di oltre 80 anni, vivono all’Arcella e non riescono a fare le scale per problemi di salute. Sembra che le cerniere da sostituire siano introvabili: «Ci sentiamo presi in giro»

Il lockdown è tornato all’Arcella, in via Da Ponte 18. Dal 4 settembre i coniugi Albino e Anna Maria Cesarotto, entrambi over 80, possono uscire di casa solo ogni tre-quattro giorni perché l’ascensore è rotto e – tra acciacchi e patologie muscolo-scheletriche – fanno fatica a deambulare.
Così ai due non resta che osservare, dal terrazzo al settimo piano, le stagioni che cambiano. I pezzi di ricambio della porta del sistema di sollevamento del piano terra – due cerniere –, popolare pare siano introvabili. «Mi sento profondamente umiliata, privata della mia dignità e anche presa in giro, perché più volte ho contattato l’amministratore di condominio, ma non è cambiato nulla. C’è solo il cartello al piano terra che descrive lo stato dell’arte», spiega Anna Maria, che combatte da diversi anni con diverse problematiche agli arti inferiori e che senza il bastone non può camminare. L’ascensore nello stabile di edilizia popolare non funziona dal piano terra al primo livello: praticamente per andare a casa i condomini, una trentina, devono fare a piedi venti scalini per poi utilizzare l’elevatore che è attivo solo dal primo piano. Un “lavoro” infernale per chi, come Anna Maria o Albino, si ritrova con problematiche alla schiena – Albino è stato operato alle vertebre – e deve scegliere quando uscire e sperare poi che non piova, perché le scale a causa dell’intenso passaggio diventano scivolose. «Per scendere ci mettiamo almeno dieci minuti, per salire i gradini fino al primo piano anche mezz’ora e poi dopo questa “impresa”, stiamo tre giorni sotto antidolorifici» sottolinea Albino che ha fatto per una vita il metalmeccanico e che aggiunge «se avessi la forza, le avrei create io le cerniere, mi sembra impossibile che con tutta la tecnologia che abbiamo a disposizione, stampanti 3D o altro, non si riescano a reperire dei componenti».
Il palazzo ha i suoi anni – più di 40 – e l’ascensore risente, nonostante le manutenzioni previste per legge, di usura ed età. «Sono molto preoccupata, perché abito a 250 chilometri di distanza e saperli chiusi in casa mi fa star male, ma onestamente è troppo rischioso far fare le scale a entrambi, è un attimo che perdano l’equilibrio e si rompano una gamba» chiarisce Sonia Bonandini, figlia di Anna Maria «non sapendo quando avverrà la sostituzione delle cerniere, non posso programmare le visite di controllo e, credetemi, ne hanno bisogno. Basti penare che non sono riusciti ad andare dal medico di base per l’antinfluenzale e hanno dovuto pagare un’infermiera privata a domicilio» racconta Sonia.
Insomma, 20 scalini separano i due sposi over dal mondo, o meglio: marito e moglie vivono il mondo a rate, costretti a stabilire cosa acquistare e trasportare: «Quando andiamo a fare la spesa pianifichiamo tutto perché, non avendo l’ascensore a disposizione dobbiamo scegliere il formato dei detersivi. Per portare su due borsette della spesa ci mettiamo oltre un’ora, appoggiamo la merce scalino dopo scalino, poi facciamo delle soste tecniche, di solito quattro, e finalmente giungiamo stremati al primo piano, la nostra salvezza» riferisce la coppia «così non possiamo più andare avanti, perché stiamo male, qualcuno ha detto che forse i pezzi rotti potrebbero arrivare a gennaio, spero sia uno scherzo» auspica la figlia, incredula nel sentire quasi tutti i giorni i genitori bloccati dentro l’appartamento.
«Li chiamo sempre e percepisco bene la loro tristezza. Nonostante tutto, in due, riescono a darsi comunque una mano, ma non ce la fanno più, troppo faticoso e pericoloso il percorso per uscire di casa. Spero che qualcuno si metta una mano sul cuore e ci aiuti». —
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