Baby gang, beffe ai carabinieri e minacce ai testimoni

Inquirenti sorpresi dal senso di impunità dei ragazzi della banda della Guizza: la droga al centro delle loro azioni

PADOVA. Ai componenti della baby-gang, che imperversava nel triangolo compreso tra il quartiere Guizza, Albignasego e Maserà, non è bastato finire agli arresti domiciliari (tranne il capo, Denis Pietro Nucifora Germanà, trasferito in carcere) con una valanga di pesantissime accuse che vanno dallo spaccio ai furti, al favoreggiamento personale.

Qualcuno fra loro continua ancora a fare il bullo: prendendo per i fondelli le forze dell’ordine (Mattia Gnocco ha postato sul social network Facebook una vignetta che mostra l’arrivo dei militari in un’abitazione accompagnata dal commento «E poi ci sono quegli amici che anche quando non hai voglia di uscire passano a prenderti a casa»), oppure telefonando a uno dei testimoni dell’inchiesta per minacciarlo «mi hai rovinato...». Eppure i ragazzi della gang sono tutti agli arresti domiciliari con l’obbligo di «non allontanarsi dalle rispettive abitazioni e di non comunicare con persone diverse da quelle che con loro coabitano o li assistino» scrive il gup Mariella Fino in calce all’ordinanza di custodia cautelare in carcere, avvertendo che «in caso di trasgressione alle prescrizioni imposte, le misure potranno essere aggravate...».

Fino all’altro ieri, quando sono scattate le misure cautelari, il senso di impunità era forte. Al punto che alcuni dei ragazzi postavano sulla propria bacheca Facebook fotografie molto particolari: ritraevano i party improvvisati dei ragazzi nell’abitazione dell’uno o dell’altro o nella casa di campagna della famiglia di Diego Salvaggiani, situata ad Albignasego in via Cesare Battisti 24, dove si festeggiava fumando marijuana o hashish. E dove non mancava mai (o quasi) il boss della banda, Denis Pietro Nucifora Germanà, 22 anni appena, originario di Catania, svariati precedenti alle spalle, da mesi latitante con un ordine di carcerazione a suo carico in seguito a una condanna, ormai definitiva, a un anno e 4 mesi per rapina.

Erano gli amici di Albignasego e dintorni a “proteggerlo”, ospitandolo nelle occasioni in cui non dormiva nella casa di via Battisti: Germanà faceva il duro pure con loro, pretendendo rispetto con piglio da leader. Più di qualcuno si “ispirava” a lui nei comportamenti quotidiani: tre giovani del gruppo sono indagati per il pestaggio di un ragazzino avvenuto la scorsa estate ai Bastioni. Il motivo? Aveva “soffiato” la morosa a uno del terzetto.

Anche tra loro si applicavano metodi spicci. Quando la mamma di Diego Salvaggiani aveva fatto sparire una confezione di marijuana nascosta dal figlio (tossicodipendente) nella casa in campagna, l’indomani il ragazzo era tornato a casa con diversi ematomi in volto. A punirlo, era stato l’amico Dario Ragusa che lo aveva accusato di aver rubato il sacchetto di droga. Solo qualche giorno più tardi la donna si era presentata ai carabinieri per consegnare lo stupefacente: «Non l’ho portato qui prima per paura che potessero fare del male a me e alla mia famiglia... Ho paura di ritorsioni da parte di Dario». La droga, ecco il cemento del gruppo. Droga da consumare, droga da spacciare per fare soldi che non bastavano mai. Così Davide Cecchinato aveva convinto la fidanzatina F. a rubare i gioielli di famiglia per rivenderli ai negozi “compro oro” e incassare contante. Chi, invece, aveva ripulito direttamente la casa della “morosa” era stato Riccardo Bano che, una volta smascherato, aveva implorato via sms il padre della ragazza: «La prego non faccia denuncia! Tra qualche giorno divento papà! Ho già problemi per conto mio, rischio...». Tutti vendevano “erba” e pasticche di ecstasy. Fra gli acquirenti Francesco S., minorenne, pronto a confessare di aver comprato marijuana per 15, 20 volte da “Zago” (Salvaggiani) e dal suo “socio” con una mini cooper grigia (Gian Matteo Callegari).

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