Batteri nell’acqua del Brenta: livelli critici nell’Alta padovana
Il monitoraggio di Legambiente lungo il fiume Brenta mostra una qualità delle acque generalmente buona, ma con criticità a Fontaniva e Cartigliano e segnali di inquinamento da Pfas e pesticidi

Il Brenta continua a scorrere attraversando territori, città e campagne, portando con sé storia, biodiversità e risorse fondamentali per il Veneto. Ma qual è davvero il suo stato di salute?
La fotografia più recente arriva dalla sesta edizione di “Operazione fiumi – Esplorare per custodire”, la campagna itinerante di Legambiente Veneto che monitora la qualità delle acque regionali attraverso un indicatore preciso: la presenza del batterio Escherichia coli, segnale di possibili criticità nella depurazione degli scarichi civili.
Il monitoraggio
La seconda tappa della campagna si è svolta domenica a Fontaniva, in occasione della giornata ecologica della biodiversità, dedicata quest’anno alle api, preziosi indicatori della salute degli ecosistemi. La mattinata è stata dedicata alla presentazione dei risultati raccolti dai volontari di Legambiente e analizzati da Arpav.
Per costruire un quadro il più possibile rappresentativo, sono stati individuati 7 punti di campionamento distribuiti lungo il percorso del Brenta: Cartigliano, Fontaniva, Piazzola sul Brenta, Cadoneghe, Piove di Sacco, Vigonovo e Chioggia.
La depurazione
Il batterio Escherichia coli vive normalmente nell’intestino umano e animale. Quando viene rilevato in elevate concentrazioni nei corsi d’acqua, può indicare contaminazioni di origine fecale e, quindi, problemi legati alla depurazione insufficiente o a scarichi non adeguatamente trattati. Legambiente utilizza come valore di riferimento la soglia di 1000 Mpn ogni 100 millilitri, parametro che non rappresenta un limite legislativo per i fiumi ma che viene assunto come obiettivo di qualità.
I dati raccolti lungo il Brenta mostrano un quadro generalmente positivo, con due sole criticità. A Cartigliano sono stati registrati 1.467 Mpn/100 ml, mentre a Fontaniva il valore è salito a 2.187 MPN/100 ml, superando quindi la soglia di riferimento.
Secondo Legambiente, sono da considerare le piogge intense dei giorni precedenti ai campionamenti. Gli eventi meteo possono aumentare il dilavamento del territorio e provocare l’afflusso di materiali organici e sostanze inquinanti. Non si tratta dunque di una bocciatura del fiume, ma di un segnale da non sottovalutare.
Qualità e vecchie ferite
Se i dati microbiologici raccontano una situazione sostanzialmente rassicurante, il quadro ambientale complessivo del bacino del Brenta appare più complesso. Le rilevazioni di Arpav evidenziano infatti una sorta di doppia anima del fiume. Da una parte, la qualità chimica generale appare buona: nel 2025 la maggior parte delle 26 stazioni di monitoraggio ha registrato uno stato positivo. Dall’altra emergono criticità persistenti legate a contaminazioni specifiche che continuano a lasciare tracce.
Tra queste spicca il tema Pfas. In alcuni tratti del Brenta e nel canale Piovego sono stati rilevati superamenti dei limiti di Pfos lineare, sostanza appartenente alla famiglia dei Pfas, direttamente collegata alla storica contaminazione dell’area ex Miteni. Le concentrazioni superano lo standard di qualità ambientale fissato a 0,65 nanogrammi per litro. Le situazioni più critiche a Chioggia, Fossò e Noventa Padovana.
Il peso dell’agricoltura
Accanto ai Pfas emergono altre pressioni ambientali. Sono stati registrati superamenti legati a pesticidi e derivati del glifosato, come l’Ampa, oltre a sostanze impiegate nelle attività agricole. Un altro indicatore merita attenzione: circa un terzo delle stazioni monitorate presenta livelli di nutrienti inferiori allo stato definito buono.
Un segnale che racconta l’eccessivo apporto di sostanze nutritive nelle acque, spesso riconducibile agli scarichi civili e alle attività agricole intensive.
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