Bimbo tolto alla mamma e dato in adozione: condannata l’Italia

PADOVA. L’Italia condannata dalla Corte di Strasburgo per violazione dei diritti umani. Per aver violato il diritto di una mamma residente a Padova alla sua vita familiare e in particolare per averle impedito di incontrare il figlio dopo che le era stato tolto e dato in adozione. La sentenza, destinata ad avere profonde ripercussioni nel mondo delle adozioni, impone ora al governo italiano di risarcire la donna con 40 mila euro.
Protagonista della vicenda è una signora che oggi ha 46 anni e che vive in centro città (non forniamo ulteriori indicazioni per evitare il riconoscimento del minore coinvolto). La sua odissea inizia nel 2004 quando resta incinta. Abbandonata dal compagno, porta comunque avanti la gravidanza. Al momento del parto, però, viene colpita da un’ischemia. La donna è malata e sola e i Servizi Sociali la prendono in carico. La signora si ristabilisce parzialmente e trova fortunatamente occupazione nell’ospedale padovano; in questo modo può mantenere sè stessa e il suo bimbo.
Le sue condizioni fisiche non sono però ottimali e, dovendo anche lavorare non riesce ad occuparsi adeguatamente del piccolo. Tanto che il bimbo viene affidato, durante il giorno, ad una famiglia di accoglienza che però, dopo qualche tempo, non può più seguirlo. Nel marzo 2007 la donna, senza prima informare i Servizi Sociali, affida il piccolo a una coppia di vicini. I Servizi non condividono la scelta e in ottobre il tribunale apre un procedimento di adottabilità ritenendo che la madre non è in grado di occuparsi del piccolo. La donna può però incontrare il bambino affidato nel frattempo a una famiglia di accoglienza. Così fino al luglio del 2008 quando il tribunale di Venezia sospende il diritto di visita sostenendo che dopo quegli incontro il bambino appare profondamente turbato.
La signora dà battaglia: non intende rinunciare alla possibilità di poter almeno vedere quel bimbo che le è stato sottratto perché la malattia e il lavoro le impediscono di seguirlo adeguatamente. La battaglia è però persa: il 14 aprile 2010 il tribunale, dopo aver disposto una perizia, dichiara il minore adottabile e dispone l’interruzione degli incontri. La signora chiede allora che, se il figlio le verrà tolto, almeno venga disposta l’adozione mite, in modo che le sia riconosciuta la possibilità di incontrare suo figlio sotto la sorveglianza dei Servizi Sociali. La Corte d’Appello le dà torto, perché in Italia l'adozione mite non esiste. Scatta il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo con l’avvocato Giulia Perin.
Il 21 gennaio scorso la sentenza, all’unanimità, della Corte di Strasburgo che condanna il governo italiano per la violazione dei diritti umani e in particolare dell’articolo 8 della convenzione. In sostanza lo Stato ha violato il principio di continuità familiare: non ha previsto altre forme di adozione che permettesse alla madre di mantenere un qualche legame con il figlio.
«Le autorità nazionali», scrive la Corte in sentenza, «non hanno sufficientemente operato per facilitare i contatti tra madre e figlio». Ancora: «Le autorità avrebbero dovuto prendere misure concrete per permettere al minore di vivere con sua madre prima dell’apertura di un procedimento di adottabilità. Il ruolo delle autorità di protezione sociale è precisamente quello di aiutare le persone in difficoltà». Quindi: «Le autorità giudiziarie si sono limitate a prendere in considerazione alcune difficoltà che avrebbero potuto essere superate mediante un’assistenza sociale mirata. (...) Dal governo non è stata fornita alcuna spiegazione convincente tale da giustificare la soppressione del legame di filiazione materna».
Infine: «Le autorità italiane hanno mancato ai loro obblighi prima di considerare risolutiva una rottura del legale familiare e non hanno fatto sforzi adeguati e sufficienti per poter rispettare il diritto della madre a vivere con suo figlio disconoscendo così il suo diritto al rispetto della sua vita familiare garantita dall’articolo 8». Il governo ha ora tempo fino al 21 aprile per impugnare la sentenza che altrimenti diventerà definitiva.
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