Bitonci capovolge il ruolo dei giornalisti

 Tanti, quando hanno il potere in pugno, pensano di fare come lui, e cioè: ostacolare il lavoro dell’informazione
MALFITANO - AGENZIABIANCHI - PADOVA - TENTATIVI DI INGRESSO A PALAZZO MORONI
MALFITANO - AGENZIABIANCHI - PADOVA - TENTATIVI DI INGRESSO A PALAZZO MORONI

PADOVA. Il sindaco Bitonci viene criticato anche da destra per la sua volontà di ostacolare il lavoro dei giornalisti. Molto aspre, ieri, le parole di Vittorio Feltri. Ma giustissime. Hanno ragione quelli che lo criticano, tutti, meno uno: quello che proponeva di chiamarlo, invece che Re Sole, col nome di Re Solo. Con ciò alludendo a una non-rappresentatività del sindaco, come se la maggioranza della città non fosse con lui. C’è in questi critici il retropensiero che Bitonci non sia un vero sindaco, e se ne deve andare.

Adesso qui dirò qual è, secondo me, l’errore culturale, e direi istituzionale, che guida le azioni di Bitonci, ma prima riconosco che è stato legalmente eletto, rappresenta a pieno titolo buona parte della città, anche quando prende decisioni contrarie al diritto della stampa e dell’informazione (quindi, al diritto della popolazione nel suo insieme), come sta facendo in questo momento. Non è il solo. Tanti, quando hanno il potere in pugno, pensano di fare come lui, e cioè: ostacolare il lavoro dell’informazione. Si citano dittatori di destra e di sinistra, pessime figure della storia, nemici dell’umanità, ma non è il caso. Palazzo Moroni non è il Nido dell’Aquila o il Cremlino.

Piuttosto, il modo in cui regola la stampa Bitonci ha qualche somiglianza (strano a dirsi, e vi prego di seguirmi) al modo in cui il Vaticano seleziona i giornalisti. Per accettarli o rifiutarli. Ad ogni occasione. Ammetterli o non ammetterli nell’aereo con cui il suo capo va in missione. I giornalisti devono essere riconosciuti come preventivamente d’accordo con i discorsi che sentiranno. Questi non sono più giornalisti ma “vaticanisti”. Essendo esaminati, ad ogni articolo che scrivono, da coloro su cui scrivono, se vengono approvati potranno ripresentarsi, se sono disapprovati dovranno essere sostituiti. È successo a un grande vaticanista di “Repubblica”, che aveva scritto un articolo ben documentato sui preti con figli nel Sudamerica, alla vigilia di una visita del papa; il papa lesse quell’articolo e sospirò; il suo segretario sentì quel sospiro e il giornalista fu escluso dalla lista degli ammessi al volo.

Cosa succede, se i giornalisti che vanno a parlare dei potenti devono essere graditi ai potenti, come vuole Bitonci? Succede questo: non sono più inviati da noi nella casa del potere, ma sono inviati dal potere nella nostra casa. Capovolgono il loro ruolo. I giornalisti sono i nostri occhi, vedono ciò che noi lettori non possiamo vedere. È con gli occhi dei giornalisti che noi vediamo il potere. Se il potere pretende (cosa che non deve succedere in nessuna istituzione del mondo, grande o piccola, che abbia un minimo di democraticità) di essere lui a stabilire come e da chi può essere visto, quello che noi vedremo non sarà più un ritratto ma un autoritratto.

Se io so che un inviato di questo giornale va a Palazzo Moroni, trova custodi, segretari e assessori, fa domande e prende appunti, leggo l’articolo che poi ne scrive, e imparo. Se so che non può entrare, non può domandare, può soltanto usare le veline dei discorsi ufficiali, non leggo l’articolo, perché non ho tempo da perdere. A rivelare se un servizio è scritto dall’inviato in autonomia, o usando pezzi obbligatori dell’ufficio, è la lingua. La lingua dell’articolo dev’essere la lingua dell’autore, viva e personale. La lingua dell’ufficio è falsa, morta, inespressiva.

Mario Bertolissi ha indicato ieri, qui, una caterva di errori di lingua nelle prime righe del “Disciplinare per l’accesso al Municipio”. Se uno studente alla Maturità fa quegli errori, io la Maturità non gliela do. Un funzionario che ha scritto così ieri, va licenziato oggi. Non può darmi o negarmi il permesso di entrata al Municipio.

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