Case occupate, arrestati quattro del Gramigna

Misure cautelari nei confronti di 11 attivisti del Comitato Lotta per la Casa Accusati di associazione per delinquere, resistenza e interruzione di servizio
Di Enrico Ferro

C’era chi reclutava stranieri indigenti da collocare, chi individuava gli spazi da occupare con appositi sopralluoghi, chi organizzava le azioni e chi poi le promuoveva sui social network. Soprattutto c’era una rete estesa a livello nazionale e collegata ad altre città come Bologna e Firenze. La Digos di Padova ha smantellato il “Comitato di Lotta per la Casa”, articolazione del Collettivo Politico Gramigna. Dopo un anno di indagini gli investigatori, coordinati dal procuratore Matteo Stuccilli e dal pubblico ministero Federica Baccaglini, hanno eseguito undici misure cautelari nei confronti di altrettanti militanti. A tutti viene contestato il reato di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di occupazioni abusive di immobili, resistenza e violenza a pubblici ufficiali e interruzione di pubblico servizio. Gli indagati sono quasi tutti giovanissimi eccetto Andrea Scantamburlo, reduce da tre anni di galera dopo essere stato arrestato nel 2007 con le Nuove Br.

Attività incessante

Otto appartamenti occupati, 40 sfratti bloccati con violenze e minacce nei confronti degli ufficiali giudiziari e la tentata occupazione della palazzina Esu di via Tartaglia. È l’attività frenetica di questo gruppo nato da una costola del Gramigna sulla scorta dell’emergenza sociale del momento: la casa. Ragazzi cresciuti nelle fila del collettivo politico hanno creato una “macchina”perfetta. I promotori dell’organizzazione sono stati riconosciuti in Maria Giachi, Andrea D’Amico (figlio di un noto professore universitario), Lorenzo Redivo e Riccardo Chincarini. Erano loro che organizzavano gli incontri, decidevano le azioni, assegnavano i compiti.

A caccia di stranieri

Andavano alla ricerca di stranieri da inserire nelle case occupate. In qualche occasione sono arrivati a togliere dai canali ufficiali alcune famiglie per dirottarle nel loro progetto di lotta. Il gruppo ha tentato addirittura di fare proseliti all’interno dell’ex Prandina, in modo da reperire profughi da collocare. Giravano i quartieri cittadini e suonavano i campanelli delle palazzine Ater per sapere direttamente dai residenti se c’erano o meno alloggi sfitti. Ci hanno provato anche in via Tartaglia, nello stabile dell’Esu che conta dodici appartamenti. In quell’occasione, però, la Digos riuscì a intercettare e bloccare l’azione. Poi c’erano gli sfratti da bloccare con gli striscioni e in qualche occasione anche le minacce e gli spintoni nei confronti degli ufficiali giudiziari. Tutte le azioni venivano poi pubblicizzate attraverso pagine Facebook create appositamente.

Città in rete

A differenza di ciò che può sembrare il fenomeno non è solo locale. Accadeva a Padova ma il gruppo era in contatto e in sinergia con altre articolazioni nate nelle grandi città. I militanti del Comitato di Lotta per la Casa sono andati anche in visita “didattica” alla palazzina ex Telecom di Bologna per toccare con mano l’esperienza di un’occupazione imponente come quella. Altri “viaggi” sono stati documentati a Firenze. L’osmosi era tale che, se c’era bisogno, famiglie di Bologna raggiungevano Padova per prendere parte ai blocchi degli sfratti: azioni di protesta organizzate il più delle volte con minori al seguito o donne in gravidanza.

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