Chiesti 7 anni per Cadore, 4 per la figlia

Requisitoria al processo che vede imputata la famiglia dell’ex maggiordomo. Il pm Dini: «La moglie va assolta»
Di Carlo Bellotto

Il pubblico ministero Sergio Dini non ha dubbi. Ritiene provate le accuse in merito al testamento falso nel quale il ricco possidente Mario Conte lascia tutte le sue sostanze (90 milioni di euro tra soldi e beni) a Luciano Cadore. Per questo chiede la condanna a 7 anni di reclusione per l’ex maggiordomo (4 per il falso e 3 per l’appropriazione indebita)e a 4 anni per la figlia, alla quale era contestata solo l’appropriazione indebita. Per la moglie di Cadore, Flora Cagnin ha chiesto l’assoluzione. Il 10 luglio la parola passerà alle parti civili. La pubblica accusa ha richiesto pene pesanti, deve aver pesato anche il fatto che quei soldi, o almeno una parte, erano destinati alla comunità: il pellicciaio li aveva promessi anche al Cuamm e all’Oic.

Il pubblico ministero è partito nella sua requisitoria dalla procura generale, quella che il 19 novembre 2005 Cadore ottiene da Conte. «La giustificazione è che Conte era ormai impossibilitato a firmare» ha detto il pm «ma non era vero, visto che troviamo sue firme in atti vari, successive. La procura è il primo passaggio per mettere le mani sul patrimonio Conte: che venne abbindolato. Nasce dall’accordo tra Cadore e Castellini. Quest’ultimo è il regista, riceve un milione di euro da Cadore, cura l’invio alle Bahamas dei 15 milioni. Infatti appena Conte muore, Cadore chiama prima il 118 e poi Castellini».

«Nel marzo 2006 iniziano i giri strani di denaro, dai conti correnti di Conte a quelli della famiglia Cadore. Negli anni successivi la famiglia Cadore acquista profumi, dolci, vacanze in val Pusteria, cene in agriturismi: Cadore usava già i soldi di Conte come fossero i suoi. Prendeva mille euro al mese e si stava abituando a fare la bella vita. Il maggiordomo e la figlia si sono giustificati dicendo che Conte, dopo un malore di Cadore si era preoccupato e gli aveva consigliato di mettersi da parte dei soldi. Penso invece che sia stato Cadore che dopo aver avuto problemi di salute ha iniziato a travasare i soldi». Il pm ha ribadito che l’ex maggiordomo prelevava 10.000 euro al mese per le spese della casa, che invece erano tutte pagate con assegni. Dove finivano quei soldi? «Li davo a Cadore, voleva avere il denaro in mano, vederlo e toccarlo come Paperon de’ Paperoni, dopo non so cosa ne facesse» disse Cadore al pm. «Quando Cadore non era in città dava ordine alle badanti di non far vedere la posta che arrivava» ha aggiunto il pm, «Forse aveva paura che guardasse gli estratti conto, che lui doveva filtrare. In merito alla falsità testamentaria, molti testi sono venuti in aula a dire che Conte non aveva una grande stima del suo maggiordomo. L’unico suo riferimento affettivo era Marchesi, che però è morto nel 2005. Davvero strano che la data del testamento a favore di Cadore sia del 1999, quando Marchesi era ancora in vita. Il pellicciaio da quella data fino alla morte non dice a nessuno che ha fatto testamento, nemmeno a chi aveva promesso del denaro. Davvero strano. In merito alle consulenze sulla grafia del testamento l’unica non pagata è del Ris, che la giudica falsa. Quella della difesa parcellizza lo scritto e individua una lettera compatibile con uno scritto di Conte, un’altra con un’altro scritto. Il tutto è poco attendibile».

In merito alla ricettazione il magistrato non ha dubbi: Silvia, la figlia di Cadore aveva una sorta di «condivisione dell’attività illecita del padre, aveva consapevolezza da dove arrivavano i soldi». In merito proprio a questo il pm Dini ha aperto un nuovo fascicolo a carico di Silvia Cadore, contestandole le stesso appropriazioni indebite contestate al padre.

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