L’addio a Beatrice, morta a 17 anni, tra ricordi e palloncini: «Il tuo sorriso era il più bello del mondo»
Chiesa gremita a Cittadella per il saluto a Beatrice Ana Maria Ivascu, morta dopo 10 mesi di battaglia contro un glioblastoma diagnosticato alla vigilia del compleanno. I prof: «Ci ha insegnato la differenza tra il necessario e il superfluo e che la salute è un miracolo». Donate le cornee

Una maglietta bianca con il suo volto sorridente, palloncini che volano verso il cielo, lacrime che si mescolano ai ricordi. Ieri pomeriggio la chiesa dei frati a Cittadella era troppo piccola per contenere tutto l’amore che amici, compagni e conoscenti volevano portare a Beatrice Ana Maria Ivascu, la 17enne di San Donato morta dopo dieci mesi di battaglia contro un glioblastoma.
Un fiume di giovani ha riempito le navate, molti con quella maglietta speciale che ritraeva il sorriso di Bea – così la chiamavano tutti – quel sorriso che non si è spento nemmeno nei momenti più duri della malattia. Al termine della cerimonia, decine di palloncini bianchi sono stati liberati nel cielo.
«Sei stata una persona fantastica, di una forza rara. Sapevi farci diventare migliori», ha detto una compagna di classe, la voce rotta dall’emozione. «Ora c’è una tristezza infinita quando vedo il tuo banco con i fiori. Ricordo la gita a Venezia, quando hai impresso nella laguna il tuo sorriso. Era il sorriso più bello del mondo».
Le parole degli amici si sono susseguite, ciascuna un tassello del mosaico di una vita breve ma intensa. «Sei stata la mia migliore amica, lo sarai per sempre», ha sussurrato un’altra ragazza. «Ti ricordi quando mi hai aiutato in terza? E quando sono caduta dalla bici, mi hai aiutato e continuavi a ridere. Eri una presenza vera».
I professori hanno ricordato «una ragazza in gamba», parlando del «senso di vuoto» lasciato dalla sua scomparsa. «La morte di Beatrice ci insegna la differenza tra il necessario e il superfluo, ci insegna che la salute è un miracolo». Beatrice aveva un sogno: creare una linea di abbigliamento che portasse le sue iniziali, Bam.
Aveva già disegnato il logo, immaginato i primi modelli. Alcuni jeans trasformati dalle sue mani – smontati e ricuciti con applicazioni – oggi li indossano i suoi compagni come reliquie preziose.
La diagnosi era arrivata la sera del 23 giugno, proprio alla vigilia del suo diciassettesimo compleanno. Ma Beatrice non si è mai arresa. Ha continuato ad andare a scuola fino a febbraio, ha lottato senza compatirsi, senza lamentarsi. «Preferiva arrabbiarsi invece di piangere», hanno raccontato i genitori Ana e Gabriel.
«Non le piaceva vedere le persone tristi, aveva sempre la battuta pronta». A scuola lasciava i propri compiti per ultimi: prima aiutava chi era in difficoltà. L’ultima mattina si è svegliata e ha detto: «Io non posso stare più qua». Si rifiutava di tornare in ospedale. «Voleva stare tranquilla. Era stanca. Lei odiava essere debole».
Le parole del parroco hanno cercato di trasformare «il pianto e il dolore in speranza». Ma sono stati soprattutto i ricordi dei ragazzi a riempire la chiesa: la ginnastica artistica, la passione per le moto, il mare, i viaggi.
E i biscotti che sapeva fare così bene. La famiglia ha scelto di donare le cornee di Beatrice. «Perché gli occhi azzurri e bellissimi di Bea devono continuare a vedere», hanno spiegato i genitori. Al posto dei fiori, hanno chiesto offerte per l’associazione Puzzle di Vigodarzere.
Sui profili social di Beatrice resta una frase che la rappresentava: «La paura è solo una storia che racconti a te stesso». Lei ha scelto di raccontarsi un’altra storia, fatta di coraggio e di quel sorriso che ieri, impresso sulle magliette bianche dei suoi amici, sembrava ancora illuminare la chiesa dei frati.
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