Diagnosi del tumore nel giorno del suo compleanno, muore a 17 anni
Aveva 17 anni e un sogno già pronto: una linea di moda chiamata “Bam”. Beatrice Ivascu è morta dopo dieci mesi di lotta contro un glioblastoma di quarto grado

Aveva già tutto in mente: il nome, il logo, i primi modelli. Beatrice Ana Maria Ivascu, 17 anni di San Donato di Cittadella, sognava una linea di abbigliamento che portasse le sue iniziali: Bam. Un marchio che ora risuona più forte che mai nella chiesa dei Frati, dove domani. giovedì 30 aprile, alle 15.30 amici e parenti si stringeranno per l’ultimo saluto.
«La paura è solo una storia che racconti a te stesso», scriveva Beatrice sui suoi profili social. Una frase che la rappresentava appieno, che aveva fatto sua molto prima che un glioblastoma di quarto grado riscrivesse la sua storia. Dieci mesi esatti di battaglia: operata il 26 giugno, se n’è andata il 26 aprile. In mezzo, una ragazza che non si è mai arresa.
La diagnosi il giorno del compleanno
«Ci hanno chiamato la sera del 23 giugno per dirci di andare subito al pronto soccorso di Padova. La risonanza aveva rivelato una lesione», racconta Ana, la mamma di Beatrice, trovando ancora la forza di mettere in fila le parole. Il giorno dopo era il compleanno di sua figlia: 17 anni festeggiati in ospedale, con i medici che confermavano la necessità di un intervento urgente. Un mese più tardi la diagnosi definitiva e terribile: glioblastoma di grado 4.
Una guerriera che non si è arresa
Beatrice era la maggiore di tre fratelli: Lavinia di 15 anni e Rares di 10. «È stata sempre forte, ha lottato fino alla fine, senza compatirsi, senza piangere. Lei preferiva arrabbiarsi invece di lamentarsi», ricorda ancora la mamma. Ha continuato ad andare a scuola fino a febbraio – frequentava il quarto anno del liceo artistico Fanoli di Cittadella con indirizzo arti figurative – poi un ricovero per complicanze, un mese in ospedale, il ritorno a casa a fine marzo.
Durante la settimana santa un nuovo ricovero. Il venerdì di Pasqua era di nuovo a casa, con le cure palliative già avviate. La recidiva aveva corso veloce. «Si sapeva che non si poteva fare niente, era solo per accompagnarla».
L’ultima mattina, Beatrice si è svegliata e ha detto: «Io non posso stare più qua». «Non ho capito subito cosa volesse dire», confessa Ana. «Dopo un’ora ha iniziato a stare male ma si rifiutava di tornare in ospedale. Voleva stare tranquilla. Era stanca. Lei odiava essere debole».
I jeans trasformati e i biscotti
Chi era Beatrice lo raccontano i dettagli sparsi come briciole di vita: la ginnastica artistica, la passione per le moto, il mare, il gelato, i viaggi, i gigli. E poi c’erano i biscotti: «Era bravissima a farli», sorride la mamma. Una di quelle cose semplici che ora sembrano enormi. «Non le piaceva vedere le persone tristi, aveva sempre la battuta pronta». A scuola lasciava i propri compiti per ultimi: prima aiutava chi era in difficoltà. «È stata sempre una persona per bene, senza giudicare per aspetto o per debolezza. Quando vedeva qualcuno fragile, cercava sempre di stargli vicino».
Il sogno Bam aveva già preso forma in alcune paia di jeans che oggi alcuni compagni indossano: li aveva trasformati lei, smontati e ricuciti con applicazioni, in parte a mano dove la macchina non arrivava. «Uno ha chiesto all’altro: da dove ti sei preso questi pantaloni così belli? E lui: li ha fatti Bea». Erano il primo e il secondo capo della collezione. Gli unici realizzati.
Gli occhi azzurri vedranno ancora
La famiglia ha scelto di donare le cornee di Beatrice. «Perché gli occhi azzurri e bellissimi di Bea devono continuare a vedere», spiegano mamma Ana e papà Gabriel, con una dolcezza che spezza il cuore. Un ultimo atto d’amore di una ragazza che aveva amici ovunque: «C’è tanta gente che domani arriverà da tutte le parti d’Italia per darle l’addio. Al posto dei fiori, la famiglia chiede offerte per l’associazione Puzzle di Vigodarzere (iban: IT31O0503412100000000013856). Dopo la cerimonia a Borgo Treviso, riposerà nel cimitero di Cittadella.
Resta quel motto sui social di Beatrice, profetico e coraggioso: «La paura è solo una storia che racconti a te stesso». Beatrice ha scelto di raccontarsi un’altra storia. E lo ha fatto fino all’ultimo respiro.
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