Il Consorzio Adige Euganeo chiede a Roma opere per 51 milioni di euro
Si tratta di un quinto delle proposte dell’intero Veneto e illustrate dall’Anbi. Le priorità vanno allo sbarramento contro il sale e al tubone anti-Pfas

Il Consorzio di bonifica Adige Euganeo candida al piano nazionale degli interventi strategici opere per oltre 51 milioni di euro: dalla lotta al cuneo salino all’ultimazione della condotta “Pfas Free” tra il territorio padovano e quello veronese. L’ente si conferma così in prima linea per garantire un futuro sicuro alla gestione dell’acqua nel territorio e in Veneto.
Nei giorni scorsi, ospite dei Gruppi Parlamentari a Roma, l’associazione dei consorzi di bonifica, l’Anbi, ha potuto presentare ufficialmente le progettualità per la seconda tranche del cosiddetto Pniissi (il Piano nazionale di interventi infrastrutturali e strategici nel settore idrico), la cui finestra di candidatura si è chiusa a gennaio scorso. I numeri per il Veneto sono notevoli: 48 progetti per un valore complessivo di 581 milioni di euro che garantirebbe 175 milioni di euro di ricadute annue e occupazione per 7.600 persone, assicurando al contempo un risparmio di 174 milioni di metri cubi d’acqua e una produzione di energia green pari a 8,5 milioni di kWh l’anno. Ma anche il territorio della Bassa ha recitato, in questo, un ruolo da protagonista: l’Adige Euganeo ha firmato quasi un quinto del piano regionale, 9 progetti su 48. Il Consorzio ha infatti messo sul tavolo oltre 51,8 milioni di euro, puntando su soluzioni concrete per problemi storici.
Due sono i progetti ritenuti indifferibili e per questo inseriti nel piano nazionale. «Il primo è lo sbarramento contro il sale alla foce del Brenta, a Chioggia, per 12,2 milioni di euro», spiegano dall’ente. «Si tratta di una “barriera” vitale per contrastare il cuneo salino: quando la portata del fiume è bassa, l’acqua di mare risale verso l’entroterra, “bruciando” le radici delle piante e rendendo sterili i terreni agricoli nella zona di Chioggia, Codevigo, Cona e Correzzola».
La seconda grande scommessa riguarda più in particolare la Bassa padovana: il completamento della condotta “Pfas Free”, il cosiddetto “tubone”, che richiede un investimento di 5 milioni di euro. «Questa grande arteria idrica, che attraversa il Montagnanese tra le province di Verona e Padova, è l’unica soluzione per garantire l’uso di acqua non contaminata. Con questo progetto si punta a finanziare l’ultimo tratto mancante, quello tra Urbana e Merlara, chiudendo finalmente il cerchio di un’opera attesa da anni».
E ancora, quattro degli interventi candidati (a Correzzola, Chioggia, Vo’ e Bagnoli di Sopra) rientrano nel cosiddetto “Piano Laghetti”. «Ma non si tratta di semplici scavi», spiegano dal Consorzio, «sono bacini multifunzione progettati per rispondere a due esigenze opposte. Come bacini di laminazione, fungono da grandi casse di espansione che accolgono l’acqua in eccesso durante le piogge torrenziali, salvando i centri abitati dalle alluvioni; come bacini sistemici, conservano quella stessa acqua per rilasciarla nei campi durante i mesi di siccità».
Sui Colli Euganei, in località Sagrede a Vo’(1,2 milioni) il bacino assumerà anche una valenza ecosistemica e antincendio, diventando una riserva d’acqua strategica per la protezione dei boschi e un’oasi per la biodiversità locale. Altri invasi simili sorgeranno a Barbegara di Correzzola (3,1 milioni), Ca’ Bianca di Chioggia (4,1) e lungo il canale Sorgaglia a Bagnoli di Sopra (4,9). Tra i progetti anche la realizzazione ex novo di uno sbarramento nel Canale Bagnarolo a Pernumia (6). «Il piano non dimentica il recupero dell’efficienza. Sono stati previsti interventi di rifacimento su strutture storiche che oggi necessitano di cure per non disperdere la risorsa: dal ripristino del 1° bacino irriguo di Castelbaldo (7,9 milioni), fino ai lavori sul deviatore Cantarana a Cona (7,3)».
La parola passa ora al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che nei prossimi mesi pubblicherà la graduatoria definitiva. Chiuse il presidente consortile, Fabrizio Bertin: «Non stiamo parlando solo di ingegneria o di grandi cantieri ma di garantire la vita economica e sociale del nostro territorio. Trasformare l’emergenza siccità in una gestione strutturata e sostenibile è l’unica strada percorribile per difendere il nostro futuro».
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