Coronavirus, il virologo Palù: "E' giusto che il Veneto riparta"
Precisa di parlare da tecnico ma dà un giudizio chiaro: «Da noi il parametro R0 è sceso sotto l’unità, invece a Milano ciò non è ancora accaduto»
PADOVA. «Questa è una decisione politica, io posso dare una indicazione da tecnico, ma non sta a me travalicare i confini». Giorgio Palù, virologo internazionale, scienziato che il Governatore Luca Zaia ha chiamato per implementare i test sierologici non vuole dare indicazioni che ripete «non spettano a me».
Ma se potessimo fare una valutazione meramente tecnica sulla Fase 2, quale sarebbe?
«L’approccio non può che essere incrementale, lo è stato anche nella definizione della pandemia di questo sars cov-2. Ci ricordiamo prima era una epidemia a Wuhan e l’Oms ha osservato, poi è diventata Public Healt Emergency of international concern, ovvero un'emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale, e poi gradualmente a marzo è diventata pandemia. E così l’Oms aveva anche agito con l’altra pandemia di questo secolo, che è quella del 2009. Altre epidemia come polio, Mers e Sars non sono mai diventate pandemie, quindi credo che anche nella riapertura vada affrontata con questo approccio. Le Regioni in questo momento stanno prendendo un ruolo che dovrebbe essere invece svolto da una regia centrale, che però si è visto non essere per nulla tempestiva, sia a livello nazionale che a livello europeo, per dire “quando cominciamo a riaprire?” Ecco questo lo dico da tecnico, un tempo opportuno sarebbe quando R0 scende sotto 1, ovvero l’indice replicativo del virus, se una persona è infetta, ne contagia meno di 1».
E il Veneto dov’è?
«Mi pare che siamo vicini, ho visto i dati della scorsa settimana, siamo intorno a 1. Credo anche qui a un approccio incrementale: quali sono le aziende che soffrirebbero di più? Io credo sia una valutazione alla trial&error, cioè tentativo e valutazione dell’eventuale errore o riaccensione. Una stima del rischio e beneficio ci dice già che non possiamo lasciar andare un 9% dell’economia, perché con un -9% del Pil non riusciamo a mantenere efficiente il sistema sanitario. In un certo qual modo bisognerà capire come ripartire e quando ripartire».
Quindi anche lei da scienziato dice che il problema economico non è qualcosa che sta fuori dal problema sanitario?
«La previdenza è il 30% del budget, la salute è il 19% e poi via tutto il resto, la ricerca ahimè è l’1% e anche di quella non si può fare a meno. Come condizione per cominciare credo che quella di R0 inferiore a 1. Ma mi pare che questi segnali non vengano, perché mi pare che il comitato tecnico scientifico sia composto non so da quante persone, cui si aggiungono quelli di Colao, poi tutto questo dovrà essere raccordato con il ministero della Salute e con il presidente del Consiglio. Io credo che ad un certo momento saranno proprio le Regioni a muoversi. L’epidemia è variabile a livello locale. Quindi vediamo che in Lombardia sta scendendo, ma Milano è ancora molto accesa. In Veneto sta sicuramente scendendo come nel resto d’Italia, può darsi che scenda anche prima nel sud e nelle isole. Pensando alla nostra regione io dico che il Veneto è molto attrezzato, con i presidi territoriali ha fatto da filtro, non ha intasato gli ospedali, è riuscito a mantenere le rianimazioni sotto la disponibilità, non è stato in carenza di respiratori. Ma soprattutto ha dimostrato di avere un sistema epidemiologico regionale adeguato. Credo che stia anche costruendo un metodo di biosorveglianza, può basarsi su un'anagrafe biosanitaria in grado di dire chi è positivo, chi è guarito, chi è isolato, quali sono i fattori di rischio, le patologie concomitanti. Inoltre ha in mente un protocollo pilota con alcune industrie».
Quali sono le industrie che vanno riattivate, secondo lei?
«Bè, se non parte l’edilizia non parte una grossa fetta del sistema industriale, lo stesso per il turismo, che è una fondamentale per il nostro Pil non solo regionale, ma anche nazionale. Poi alcuni settori come la meccanica avanzata. So che ci sono alcune industrie che sono già attrezzate che dialogano con la Regione... La cosa fondamentale sarà tracciare quello che succede e ci sarà anche la necessità di sollecitare i medici, quelli di medicina generale e del lavoro, che verifichino se le aziende hanno tutto il necessario: protezioni individuali, posti di lavoro con distanziamento, rilevatore per la temperatura, indumenti... e inoltre la tracciabilità con sistema smart phone. Serve sorveglianza assoluta: clinica, lavoristica, osservazionale. Tanti controlli, perché può sempre ripartire il contagio». —
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