Diecimila abitazioni vuote tra città e cintura urbana

«Stop alle nuove costruzioni, visto che il 75% delle esistenti ha più di 30 anni». Confindustria: «Rigeneriamo le aree produttive e si progetti in verticale»

PADOVA. Il cemento divora il suolo ma le case nuove restano invendute e quelle vecchie sono un colabrodo, mentre le aree industriali sono uno spezzatino frammentato. Il risparmio del territorio che attanaglia Padova dà vita ad una singolare coalizione tra Legambiente, Confindustria e Ance. Se disegniamo Padova con i numeri Istat, mettendo insieme quelli vecchi del 2001 con quelli recenti (ma parziali) del 2011, il risultato sono 7 mila case vuote (10 mila compresa la cintura urbana) ed invendute su un totale di 100.420 abitazioni (contro le 94.640 del censimento 2001, ovvero con un aumento del 6,11%) per una popolazione di 206.192 abitanti e 94.378 famiglie residenti in città. Facile intuire che le 7 mila case fantasma siano ad oggi sottostimate. Legambiente chiede al Comune uno «stop immediato all’edificazione e recupero dell’esistente visto che il 75% delle abitazioni hanno più di 30 anni», riferisce Luisa Caldon, di Legambiente. Invece «Padova sta su un altro pianeta», rincara la dose Pietro Decandia, responsabile energie dell’associazione. «E va controcorrente con un Pat sovradimensionato che consentirà nei prossimi anni un volume edificabile totale di 4.692.124 metri cubi: equivalente a 20 mila nuove abitazioni. Come non bastasse il Comune si è inventato di concedere, a chi costruisce o ristruttura la propria abitazione, dal 10% al 20% in più di cubatura se verranno rispettati i nuovi parametri energetici».

Idea che non dispiace, invece, a Tiziano Nicolini, presidente del Collegio costruttori edili Padova (Ance). «E' vero» conferma «che oggi c'è molto invenduto, che tuttavia dipende soprattutto dalla diminuzione del credito che sta registrando un crollo dei mutui del 50%. Nessuno di noi pensa di non costruire più nuovo, ma al momento bisogna cambiare la politica, ristrutturando prima di tutto i fabbricati esistenti che in città sono un colabrodo energetico e fatiscente dal punto di vista sismico. Lo Stato deve darci una mano con la politica del vantaggio fiscale».

Da dove cominciare a demolire in città? «Arcella e Stanga. La prima costruita nel dopoguerra; la seconda perché si può pensare ad un’area vasta che va da via Tommaseo al Giotto». Infine «Basta sprecare territorio» è anche il titolo con cui Confartigianato, Confcommercio, Confindustria, Confcooperative il 20 dicembre hanno firmato un documento in sei punti per un confronto con la Regione Veneto e gli enti locali su un nuovo modo di rapportarsi col territorio. In particolare Confindustria Padova nel 2007, con la facoltà di ingegneria patavina, ha redatto, da perfetti precursori, «un lavoro sulla rigenerazione delle aree produttive», riferisce Rino Dal Pos, responsabile servizio urbanistico Confindustria. «Abbiamo contato 2-3 zone industriali per comuni, con un risultato di 400 aree industriali a Padova e provincia. Decisamente troppe. Da qui 3 criteri nuovi: cubatura verticale (si costruisce in alto); ottimizzare l’uso dei capannoni densificando le aree produttive; portare il trasporto pubblico nelle zone industriali e separarle con aree boscate dalle zone residenziali».

Già il piano provinciale, prima nel 2006 e poi con l’aggiornamento del 2011, aveva indicato 10 aree strategiche per accogliere l’espansione produttiva, ma mancò una regia forte. Oggi un primo esempio virtuoso, che accoglie le osservazioni di Confindustria, sono gli 11 comuni del Camposampierese: il Pati, che sarà approvato a fine mese, concentra il futuro produttivo in 2 aree (Camposampiero e Campodarsego) dove sarà possibile espandere o spostare la propria azienda.

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