Disperati dormono infilati dentro i tubi alla periferia di Padova

Sono una decina, arrivano alla sera e si dileguano all'alba lasciando sul posto coperte, stracci e valigie. Il loro capo ha una piccola tenda
Le tubature a Pontevigodarzere dove dorme una decina di senzatetto (foto Bianchi)
Le tubature a Pontevigodarzere dove dorme una decina di senzatetto (foto Bianchi)

PADOVA. Hanno creato un inferno nascosto, ma alla luce del sole. Gli abitanti della baraccopoli a Pontevigodarzere sono un gruppo di stranieri, fra loro ci sono sia uomini che donne, tutti ugualmente disperati. I loro giacigli sono i grandi tubi di cemento della fogna, mai realizzata, abbandonati di fianco al parcheggio scambiatore del metrotram, lungo via Pontevigodarzere. L’unica traccia tangibile di vita, durante il giorno, sono i fagotti ben riposti all’interno dei cunicoli. Da una parte gli abiti, sistemati alla meno peggio tra il cemento, i topi e gli insetti che infestano il campo. Dall’altra le coperte per ripararsi dall’umido freddo della notte. Un ostello di povertà, fatto di scampoli di dignità, come la vecchia valigia che conserva la biancheria pulita o un tappeto di plastica, come fosse uno scendiletto per non affossare i piedi nel fango quando la pioggia inzuppa la terra.

Le coperte abbandonate all'alba
Le coperte abbandonate all'alba

Nascosti tra l’erba. Questa decina di disperati si è accampata dentro ai tubi da alcune settimane; sono nascosti dall’erba alta un metro e mezzo che ha invaso l’area verde, un tempo sogno urbanistico privato. Si intravedono allontanarsi come fuggiaschi alle prime luci dell’alba. Prima delle 7, quando il parcheggio comincia a popolarsi dei pendolari che prenderanno servizio a lavoro o degli studenti in attesa del siluro blu che li porterà nelle scuole e all’università, questi disgraziati sono già lontani, spaventati che qualcuno possa vederli e puntare i riflettori sulle loro “case” di miseria. Alla sera poi rientrano che è già buio, a volte notte.

La tenda del capo del gruppo di homeless
La tenda del capo del gruppo di homeless

Blocchi di vita. È dunque la notte che quegli aridi blocchi di cemento prendono vita. È qui che si è organizzata una microcomunità invisibile dalla strada e dallo stesso silos. Ancora più inoltrata nel campo c’è anche una tenda, probabilmente simbolo gerarchico dell’accampamento: qui, protetto dalle intemperie e con un minimo di intimità, vive il capo del gruppo. Intorno i resti malandati della recinzione, un tempo limite, oggi un altro tassello del degrado dell’area ai margini del centro cittadino. Difficile dire chi siano questi disperati abitanti dei
tubi. Difficile sapere cosa fanno durante il giorno. Probabilmente alcuni chiedono l’elemosina, quella stesa carità che l’Amministrazione vuole esiliare dalla città del Santo. Altri si arrangiano con espedienti. Lì dove sarebbe dovuta sorgere una torre direzionale, un complesso di case, negozi ed uffici, oggi c’è solo la miseria di chi non ha nulla e quel poco che conserva sono stracci rattoppati e custoditi in "loculi" che emanano cattivo odore.

Istantanea di dolore. Quest’istantanea di dolore e privazione non è sfuggita, però, al comitato ambientalista Anima Critica. Il portavoce, Massimo Camporese, si è già mostrato sensibile all'emarginazione degli ultimi. Tanto da aver avanzato una proposta solidale: «Disporre ricoveri invernali all’interno dei capannoni dismessi ed inutilizzati delle ex fabbriche, come la Pilli-Saimp», proponeva qualche giorno fa Camporese. «Oggi quella fabbrica potrebbe essere ancora innovativa, come monito sociale e dare un tetto a chi non ha nulla. Abbiamo toccato con mano che la demagogia della sicurezza non è efficace. La verità è che la situazione è sfuggita al controllo delle istituzioni. Accanto alla triste situazione di questi esseri umani vediamo tutti il fallimento della politica urbanistica degli ultimi decenni. Da una parte il dissesto idrogeologico, case nuove vuote ed emergenza abitativa incandescente; dall’altra ordinanze demagogiche che corrono dietro ai problemi ma finiscono per nascondere la polvere sotto il tappeto, dimenticando che questi poveri non sono polvere ma esseri umani».

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