È un’officina dell’arte il nuovo sogno del Villaggio sociale

di Enrico Tantucci
È un monumento religioso alla verticalità architettonica, con la vertiginosa guglia che svetta verso il cielo, issandosi sul dosso boscoso che la circonda, la Chiesa di Nostra Signora di Cadore, a Corte di Cadore, a breve distanza da Borca e alla sommità dell’ex Villaggio Eni, ai piedi del versante orientale del Monte Antelao. A concepirlo, alla metà degli anni Cinquanta Enrico Mattei, per creare un villaggio vacanze per circa seimila dipendenti del colosso petrolifero italiano, dai dirigenti ai semplici operai, senza alcuna distinzione gerarchica.
Un incarico affidato all’architetto Edoardo Gellner, che però, per la progettazione della chiesa che doveva essere il «suggello» visivo del Villaggio, spuntando quasi dalla fitta vegetazione, volle al suo fianco Carlo Scarpa, già suo professore all’Iuav di Venezia.
E qui Scarpa - con Gellner - realizzò un luogo magico, fondendo la chiesa con l’ambiente circostante, ancora oggi “pellegrinaggio” obbligato per molti studenti di Architettura o semplici appassionati che passano per il Cadore.
La copertura, a due falde fortemente spioventi, è a travature di legno ricoperte da “scandole” d’acciaio con inserti di ampie vetrate. La maestosa struttura realizzata nello straordinario cemento armato scarpiano - che oggi inizia a corrodersi, aumentandone, se possibile, la fascinazione materica - è trattenuta da un fitto reticolo di corde d’acciaio ancorate a originali “scatole” di ferri annegate in pilastrini di cemento.
La luce all’interno penetra da due fronti: le falde del tetto e il timpano della facciata con travature verticali di larice. Una luce soffusa, delicata, con le aperture sulle navate laterali che “avvolgono” letteralmente la chiesa nel verde che la circonda.
La prima, tra l’altro, costruita con l’altare in direzione dei fedeli, anticipando le scelte ecclesiastiche che sarebbero arrivate con il Concilio Ecumenico Vaticano II.
La chiesa di Scarpa e Gellner e il Villaggio che la circonda cercano adesso un rilancio turistico e culturale e proprio domani alle 16 a Venezia, nell’Aula Magna dell’Università di Architettura, Dolomiti Contemporanee - il laboratorio e progetto culturale nato da qualche anno proprio per legare lo straordinario contesto ambientale all’arte e all’architettura contemporanea - presenterà il suo «Progettoborca».
È la piattaforma, attiva da circa un anno, di valorizzazione e ridefinizione funzionale dell’ex Villaggio Eni concepito da Gellner con Mattei - con un taglio quasi ecologico e minimalista, per l’integrazione degli edifici con l’ambiente, circondati da alberi di alto fusto - e in particolare delle parti ancora inutilizzate.
Oggi nel Villaggio di Borca è in funzione una residenza internazionale che ospita ogni anno decine di artisti provenienti da diversi Paesi europei. All’incontro di domani prenderanno parte il curatore di Dolomiti Contemporanee e Progettoborca Gianluca D’Incà Levis, il direttore di Proviaggiarchitettura Roberto Bosi, Marcello Cualbu del Gruppo Minoter (che è proprietario dell’ex Villaggio Eni).
E, ancora la curatrice dell’Archivio Gellner - conservato all’Iuav – Martina Carraro, i docenti dell’Iuav Angela Vettese e Alberto Cecchetto e quelli dell’Accademia Riccardo Caldura e Marta Allegri.
Il progetto dell’ex Villaggio Eni prevedeva villette singole raggruppate in piccoli agglomerati, una chiesa appunto - quella realizzata da Scarpa e Gellner - una colonia per ragazzi, un piccolo campeggio con capanne di legno, un albergo e un centro servizi all’avanguardia per l’epoca.
Delle 600 villette previste ne sono stare realizzate 260, raggruppate in quattro zone, separate da fasce di bosco e raggiunte da sentieri che corrono nel bosco. E “sperdersi” tra di essi, per arrivare, percorrendoli sino alla Chiesa di Carlo Scarpa è un salutare esercizio per ritrovare il nesso spesso oggi perduto tra architettura e ambiente.
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