Franceschi: « Siamo in guerra, lo rifarei. Mi batterò fino in fondo»

Visita al Due Palazzi di Padova al venetista che ha ferito il direttore di banca: «Ho deciso di agire dopo aver saputo del suicidio del mio amico Albino»

PADOVA. «Quando esco lo rifaccio. Spero che il messaggio arrivi forte e chiaro. Siamo in guerra. O noi o loro». Maglione dolcevita bianco, cappotto nero, pantaloni di velluto e sigaretta in bocca. Luciano Franceschi, 56 anni, il commerciante di Borgoricco che lotta per l’indipendenza del Veneto, ora accusato di tentato omicidio dopo aver sparato al direttore della sua banca, è rinchiuso nel carcere di Padova ormai da sei giorni. Ieri pomeriggio Paola Goisis, parlamentare alla Camera nelle fila della Lega Nord, gli ha fatto visita e l’ha incontrato durante l’ora d’aria. «La prima cosa che mi ha chiesto appena mi ha visto è: “Come sta Pier Luigi?”» riferisce il deputato del Carroccio.

Sull’orlo del fallimento

Il detenuto Luciano Franceschi parla di Pier Luigi Gambarotto, direttore della Banca Padovana Credito Cooperativo, ancora ricoverato in gravissime condizioni con l’addome trafitto da due colpi di pistola. A Paola Goisis Franceschi ha raccontato la difficile situazione economica che stava attraversando con l’attività di famiglia, il negozio di alimentari di Borgoricco: «La mia azienda è sull’orlo del fallimento. Mi serviva liquidità. Mi servivano 15 mila euro per tirare avanti un altro anno oppure 300 mila euro per sanare tutti i debiti. Come se non bastasse negli ultimi quattro giorni avevo sconfinato il fido di 2 mila euro e la banca mi ha addebitato 230 euro di interessi. In quattro giorni. Ci rendiamo conto? Lunedì mattina mi sono svegliato, ho aperto il giornale, ho letto la notizia del suicidio del mio amico Albino Mazzaro (l’imprenditore che domenica sera si è tolto la vita a Vigonza) e ho deciso che eravamo giunti al limite, che era il momento di intervenire. Da tempo portavo avanti una trattativa direttamente con il direttore ma la morte del mio amico mi ha convinto a raggiungere la banca armato».

Gli spari

Paola Goisis ammette di essere rimasta sorpresa nel momento in cui Franceschi si è dimostrato preoccupato per le condizioni di salute del funzionario della banca di Campodarsego. «Non volevo ucciderlo e tantomeno sparargli» ha spiegato il commerciante alla parlamentare, «volevo fare un’azione eclatante, tenerlo sequestrato un po’ di tempo. Purtroppo certi messaggi arrivano al vertice solo usando le maniere forti. Io ho guardato negli occhi il direttore e gli ho detto: “Scegli tu che fine vuoi fare”. Subito dopo ho estratto la pistola caricando il colpo. Lui si è avventato su di me e ha messo le mani sull’arma per togliermela. Così sono partiti i tre colpi: due l’hanno colpito, il terzo si è conficcato nella parete. A quel punto mi sono reso conto che la situazione era degenerata, ero pronto a farla finita. Attendevo l’arrivo dei carabinieri per fare fuoco, sicuro che loro avrebbero risposto uccidendomi. Ma quando i militari hanno varcato la soglia dell’ufficio del direttore mi sono accorto che tra loro c’era il figlio di una mia compaesana che per me è stata una seconda madre. Solo in quel momento mi sono arreso».

In carcere

Lunedì mattina dopo le formalità di rito in caserma a Campodarsego Luciano Franceschi è stato trasferito nella Casa Circondariale. «Sono in una stanza al primo piano con altri nove detenuti: marocchini, tunisini, un rumeno e un albanese. Appena sono arrivato, visto che i letti a castello erano esauriti, uno di loro mi ha ceduto il posto e si è messo a dormire per terra. Sono rimasto a bocca aperta. Qui dentro c’è gente che ha sbagliato ma che non merita tutto questo. La prego onorevole, faccia qualcosa per questi ragazzi. Faccia qualcosa per risolvere il sovraffollamento nel carcere di Padova. Non si può vivere in dieci in una stanza da tre. Per il resto va bene, tutti mi rispettano e nessuno mi dà noia: qualcuno mi ha anche stretto la mano».

Veneto libero

Paola Goisis ha cercato poi di comprendere a fondo il suo orientamento politico e i progetti futuri. «Siamo in guerra» le ha risposto deciso il detenuto, «e siamo pronti a sparare. La situazione ormai è intollerabile, soprattutto per gli artigiani e per i titolari delle piccole e medie imprese. Chi fa qualcosa per aiutarci? Nessuno. E il Governatore Luca Zaia cosa fa per noi? Nulla. Non possiamo più tollerare tutto questo. Stanno uccidendo noi veneti che abbiamo nel Dna concetti come “lavoro” e “impresa”. È diventata una lotta per la sopravvivenza: o noi, o loro. Se vogliono fermarmi devono uccidermi perché io riuscirò a scappare di qua. E una volta che sarò fuori rifarò lo stesso. Ormai non ci ferma più nessuno. Siamo agguerriti e siamo pronti a sparare. Lo Stato fa di tutto per controllarci. Hanno infiltrato addirittura i servizi segreti all’interno dei nostri gruppi ma non servirà a nulla. La nostra battaglia non può essere fermata. E non accetteremo mai più rappresentanti politici che non facciano parte del popolo veneto. Faccia arrivare forte e chiaro questo messaggio». «Va bene Franceschi, la saluto, in bocca al lupo per tutto» risponde Paola Goisis prima di congedarsi. «Viva San Marco, sempre», ribatte il detenuto Franceschi.

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