Girdini segreti: l'eden nascosto dietro le facciate dei palazzi

PADOVA. C’è una città invisibile, chiusa nella pietra dei palazzi, c’è una città verde dietro i portoni e i cancelli. Di questo verde segreto ti accorgi guardando Padova dal cielo: un tour su un piccolo Chessna ed ecco aprirsi tra le case e il taglio chirurgico di strade strette, pozzi di vegetazione insospettati, imprevedibili. Perché? Si dice che la Serenissima, stanca delle inquietudini ribellistiche dei padovani dopo la caduta dei signori da Carrara, avesse intimato ai maggiorenti di evitare lo sfarzo delle facciate. Li voleva più obbedienti e più dimessi. Ma questi, con perfidia antenorea, realizzarono “intra moenia”, dietro le quinte, dei palazzi, favolosi giardini: alberi possenti, giochi d’acqua, scenografie da Mille e una notte.
Ma forse il fenomeno è semplicemente frutto della complessiva morfologia urbanistica cittadina o forse è il segno di un godimento del bello, esclusivo, privatissimo, una magnificenza non partecipata. Certo fa impressione nel corso di una passeggiata nella vampa d’agosto o nella polvere del traffico appoggiarsi per caso ad un portone lasciato aperto e vedere dalla fessura del battente un eden, un coriandolo di paradiso terrestre, fresco e ombroso. Ci sono diverse tipologie di giardini: dal parco privato esteso come una piazza, al brolo che sembra in bilico su una terrazza.
In via del Santo e in via Gabelli ci sono i resti, ma ancora vivi, di filari di vite e di orti: agricoltura ossidionale, di sussistenza, per resistere agli assedi. In via Marsala c’è il giardino Papafava Carraresi, di stupefacente bellezza. Viene citato anche nel libro di Guido Piovene “Viaggio in Italia “. Piovene dopo la colazione con il conte Novello Papafava dei Carraresi viene condotto in giardino dove troneggia un enorme platano, vecchio di secoli, un monumento vegetale. Ci vogliono più uomini per abbracciarlo. Il conte fa notare le scaglie di colore metallico, quasi concrezioni calcaree, verde ramarro e giallo zolfo, che ne macchiano il tronco enorme. Papafava spiega che questa peculiarità dipende dal fatto che le radici affondano nelle fognature che regalano alla pianta concime e tinte stravaganti. Il palazzo ha colonne corinzie, è massiccio, buio, la strada stretta non lascia passare la luce. All’interno l’appartamento neoclassico, la sala dell’Iliade, l’appartamento settecentesco, la grande biblioteca. La residenza cittadina dei Da Carrara fu teatro di memorabili feste come quella del 15 maggio 1922 per il settimo centenario dell’Università di Padova e ospitò personaggi eccellenti (Francesco Giuseppe, Umberto I di Savoia, l’imperatore Pedro del Brasile). Qui abitò a lungo Concetto Marchesi quando insegnava letteratura latina all’ateneo. A squarciare il velo che nascose per anni, se non per secoli, questi gioielli vivi, incastonati nella città, ad un godimento collettivo, fu la seconda edizione dei “Notturni d’arte” che, nel 1989, accese luci e allestì spettacoli musicali in alcuni dei più bei giardini della città. Era sindaco Paolo Giaretta, Gianni Potti, assessore alla Cultura, la consulenza fu affidata all’architetto Paola Bussadori. Un’altra peculiarità del verde cittadino sia privato che pubblico è la presenza di essenze esotiche. Pare quasi che alcune piante siano evase nottetempo scavalcando il muro dell’Orto Botanico e si siano diffuse in centro e in periferia: per esempio la palma, il bambù nero, il gimko biloba giapponese. Ciò rende ancora più interessante il nostro patrimonio arboreo.
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