Gran Premio a Mazzacurati e al cinema del nordest

Il riconoscimento alla carriera. Anteprima nazionale de “La sedia della felicità”

TORINO. Oggi il regista padovano Carlo Mazzacurati riceverà il Gran Premio del Torino Film Festival, una delle manifestazioni più amate dagli appassionati di cinema giunta quest’anno alla 31esima edizione.

È un premio e un segnale prestigioso per il nostro cinema che, negli ultimi tempi, sta dando segnali di rinnovamento e successo. Un fermento e un nuovo segnale per il nordest come territorio mai così centrale nel panorama cinematografico nazionale, sia che sia solamente set (Sole a catinelle) o semplicemente come terra di narratori di qualità.

Se l’anno scorso questo prestigioso riconoscimento era stato conferito a Ken Loach che a Torino portò “La parte degli angeli”, quest’anno, pur sotto una direzione diversa, (nel 2012 il direttore era Gianni Amelio, quest'anno il regista Paolo Virzì) si coglie un segnale di continuità.

I personaggi ai margini della società di Loach, che intraprendevano un viaggio per rubare una preziosissima bottiglia di whisky ricordano, almeno sulla carta, i due protagonisti de “La Sedia della felicità”, la nuova pellicola che Mazzacurati presenta oggi in anteprima al Festival. Qui abbiamo un’estetista e un tatuatore, rispettivamente interpretati da Isabella Ragonese e Valerio Mastandrea, protagonisti di un viaggio che li porterà a muoversi nel nostro territorio fatto di pianura e colli, attraverso la laguna fino alle Dolomiti alla ricerca di una sedia dentro la quale si trova un tesoro.

Il canovaccio è quello della caccia al tesoro, l’idea della sedia ci ricorda Il mistero delle 12 sedie di Mel Brooks, ma sono le penne del regista e degli altri due sceneggiatori, Doriana Leondeff e Marco Pettenello, anche lui padovano e autore di altri due film molto amati come “Zoran il mio nipote scemo” e “La prima neve”, che arricchiscono questa avventura con momenti inaspettati, colpi di scena, situazioni comiche, senza tralasciare quella che è la cifra della poetica di Mazzacurati; la dolcezza di uno sguardo capace di posarsi e di innalzare personaggi marginali fino a farli diventare eroi. Si aggiunge così un nuovo tratto al disegno che il regista ha saputo fare del territorio nordestino, così centrale per quello che fu lo sviluppo del nostro paese, e così significativo per capire la crisi di oggi. Era il 1994 quando Franco (Abatantuono), dopo aver perso il lavoro, rubava un toro per fare un grande affare in quell’Europa dell’est che si stava affacciando al nostro mondo, era il 2000 quando Willy (Bentivoglio) e Antonio (Albanese) cercavano di dare un nuovo senso alle loro vite compiendo un’impresa epocale: rubare la lingua del Santo.

Ora tocca ad una nuova coppia raccontarci il desiderio di riscatto. Con quella giusta distanza alla quale il regista padovano ci ha da sempre abituato e che oggi lo porta ad un altro importante riconoscimento per la sua bellissima carriera.

Alberto Fassina

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