«Ho aperto la porta in un silenzio irreale. Poi le grida di orrore»

Un vicino ha accompagnato gli agenti nella casa dei coniugi. La testimone di nozze: «Il loro rapporto era entrato in crisi»

CADONEGHE. È toccato al vicino di casa aprire la porta con il mazzo di chiavi che Silvana Cassol e Gabriele Ghersina gli avevano lasciato. Il primo ad accogliere Luca Sandri sull’uscio, a fargli le coccole come sempre, è stato Liuk, l’american pitbull che la coppia aveva in casa. «Un silenzio di tomba insolito, che faceva temere il peggio» racconta affranto il ragazzo «ho capito subito che era successo qualcosa di terribile». Poi due poliziotti, uno dei quali testimone di nozze della coppia, sono entrati in camera da letto. «Ho sentito solo che dicevano “Dio, Dio, Dio” e non ce l’ho fatta ad entrare», racconta il giovane. La casa era in ordine, gli scuri accostati per la notte, nulla fuori posto. Tutto normale. Tranne la morte violenta dei coniugi. «Al matrinonio la testimone sono stata io», riferisce Lucia Trevisan, la madre di Luca «perché, anche se ci conoscevamo soltanto da quattro anni, da quando erano venuti ad abitare in questo condominio, tra noi c’era un’amicizia bellissima. Li avevo aiutati quando si erano trasferiti e poi nei preparativi del matrimonio, il primo ottobre di due anni fa».

Stavano insieme da dieci anni, Silvana e Gabriele, e tra loro le cose non sono sempre andate benissimo. «Prima delle nozze si erano lasciati per un periodo», prosegue Lucia, «poi lui le aveva chiesto di sposarla e lei aveva accettato, felicissima. Il giorno del sì erano radiosi». Ma nel tempo il rapporto si è complicato, fino a incrinarsi. «Me l’aveva confidato domenica sera, l’ultima volta che ci siamo viste», ricorda l’amica, addolorata, «era venuta a cena da noi e avevamo parlato. All’inizio aveva detto che Gabriele era fuori città per un servizio, lui andava spesso in Val di Susa per le manifestazioni dei comitati No Tav. Poi, rimaste da sole, mi ha spiegato che si erano presi un paio di giorni di pausa». Il rapporto non era più quello di prima. Gabriele era sempre taciturno e non amava uscire di casa. E Silvana cominciava ed essere stanca di elemosinare una pizza o una vacanza. «Lei non aveva certo intenzione di mandarlo via o allontanarlo», conclude Lucia «anzi, soffriva molto per lui, preoccupata dal fatto che non poteva vivere sempre così triste». E questa tristezza forse nemmeno lei voleva sentirsela più addosso.

Dopo il fine settimana separati, lunedì Gabriele era tornato a casa e aveva accompagnato Silvana a portare la sua auto dal meccanico: «Così concludiamo il nostro discorso», aveva detto la donna. Devono aver parlato tanto, consapevoli che ormai la loro storia era giunta a un punto di svolta. Qualunque fosse. Il poliziotto aveva capito di aver sbagliato nell’atteggiamento verso la moglie, ma cosa sia siano detti tra lunedì e martedì, Silvana non l’ha rivelato all’amica. Forse le sue parole hanno indotto il marito a ritenere di averla persa, di aver compromesso il legame con lei in modo irreparabile. E non ha retto, lui, che si teneva sempre tutto dentro; non ha retto ed è esploso in un raptus omicida.

Ad accorgersi che qualcosa non andava, ieri mattina, è stata la stessa Lucia, che aveva notato l’auto dell’uomo ancora posteggiata in strada. Non era andato a lavorare e questo non era da lui. Nel frattempo nell’ufficio dell’armeria, lo aspettavano e, non vedendolo comparire per le 8, puntuale come al solito, hanno iniziato a chiamarlo. Dopo ripetuti, vani tentativi hanno raggiunto il condominio in via Mario: l’inquilino Mario Berti, che abita al primo piano, ha aperto il portone ai due poliziotti, ma lui le chiavi della loro casa non le aveva. Ne disponevano invece i Sandri. Così alle 10.30 hanno suonato alla loro porta. «Mi hanno chiesto di salire con loro», dice Luca Sandri, figlio di Lucia «e quando hanno provato a far girare la chiave nella toppa, dopo le mandate non riuscivano ad aprire la porta, c’era un meccanismo particolare. Così li ho aiutati. Liuk mi è corso incontro, ma il silenzio non faceva presagire nulla di buono. Sono entrato chiamandoli, ma non ho avuto alcuna risposta, così mi sono fermato nell’ingresso, tenendo il cane. I poliziotti sono entrati in camera e li hanno scoperti sul letto».

Alla fine di un weekend di riflessione, è stato Gabriele a prendere la decisione finale. Prima di uccidersi, ha strappato la vita a Silvana. E tre ragazzi sono rimasti senza la loro madre.

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