Il terremoto nella sanità padovana: cosa si nasconde dietro il caso Flor-Mantoan

Dal primo addio di Flor alla sanità padovana nel 2009 al caso Montisci. Lo scontro con la Regione, per anni rimasto sotto traccia, torna prepotente sulla scena. Ma questa volta i medici si compattano con il loro direttore generale e chiedono di cambiare i criteri di valutazione, che stanno stretti a chi compie trapianti e a chi - come il prof Crisanti - con le sue intuizioni ha salvato il Veneto dal Covid 19
BARON - AGENZIA BIANCHI - PADOVA - MONOBLOCCO OSPEDALE
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PADOVA. Già una volta se ne andò sbattendo la porta, senza fare complimenti. Per questo la sua minaccia di dimissioni non è proprio da prendere alla leggera. Era una sera di fine estate del 2009 e Luciano Flor, allora direttore sanitario dell'azienda ospedaliera di Padova, mise sul tavolo del manager Adriano Cestrone una lettera in cui annunciava di andarsene.

Perché? Sul piatto c'era una denuncia nei suoi confronti alla Corte dei Conti (che finì lettera morta) presentata dalla Regione (nella persona del suo segretario regionale Giancarlo Ruscitti) per il suo operato a Verona. Come finì? Flor se ne andò a dirigere il Santa Chiara di Trento. Il resto è storia nota. 

TOME' - AGENZIA BIANCHI - PADOVA - FORZE DELL'ORDINE IN OSPEDALE. FLOR
TOME' - AGENZIA BIANCHI - PADOVA - FORZE DELL'ORDINE IN OSPEDALE. FLOR

Passano quasi dieci anni. Flor torna in azienda ospedaliera passando per la porta principale, da direttore generale, in un momento storico fondamentale per la sanità padovana, che punta ad avere un nuovo ospedale a mantenere il suo ruolo centrale a livello regionale e nazionale.  Per il governatore Luca Zaia Flor è l'uomo giusto, riconosciuto urbi et orbi quale grande manager, capace di sposare la visione amministrativa di un'azienda enorme come l'aop con quella assistenziale.

Undici anni dopo ci risiamo. Punto e a capo. Si riapre lo scontro con la Regione. Questa volta sul piatto ci sono le famigerate pagelle che portano Padova all'ultimo posto della graduatoria regionale. Apriti cielo. Flor minaccia di nuovo di lasciare Padova. Nel 2009 la mobilitazione da parte dei primari non bastò per fargli cambiare idea. Quello scontro che ha taciuto per anni sotto la cenere (il caso dell'incidente dell'auto blu con a bordo Mantoan però lo ha rinvigorito) ora torna prepotente sulla scena. 

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Mettere sullo stesso piano aziende ospedaliere e Usl utilizzando gli stessi parametri è da più parti considerato non corretto. La mission è diversa - dicono - : dal rispetto dei tempi d'attesa alle attività in elezione. Poi c'è la questione budget.

L'Usl compra prestazioni, l'azienda ospedaliera, che non a caso si chiama "azienda", le vende. Poi c'è il capitolo legato al tipo di attività svolta: dalla trapiantistica alla ricerca, fiori all'occhiello degli hub di terzo livello. Su questi fronti parlar di contenimento di costi proprio non si può. Niente da fare: ultimo posto.  

Osannata in Italia, presa a modello in Europa e nel mondo, ma bocciata in Veneto. Secondo le valutazioni della Regione, infatti, l’Azienda ospedaliera di Padova è la peggior struttura sanitaria del territorio. Nientemeno. Ma il direttore generale Luciano Flor non ci sta e minaccia le dimissioni. Una “bomba” sganciata pochi giorni dopo la deflagrazione della polemica, non ancora sopita, tra la Regione e il virologo Andrea Crisanti, facendo esplodere un vero e proprio “caso Padova”.
 
Flor: "Un avviso di sfratto"
 
La reazione del direttore generale dell’azienda ospedaliera di Padova Luciano Flor è durissima: «Sono criteri che non tengono conto dei risultati. Questo è un avviso di sfratto.Sono pronto ad andarmene subito». La "pagella" arriva dopo settimane di tensione tra la Regione e il direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Università di Padova.
 
Tensione su paternità e primogeniture, dai tamponi alle strategie, nella lotta al coronavirus.  E proprio la prestazione fornita dalla struttura padovana durante l’emergenza Covid, che le è valsa i più nobili palcoscenici internazionali, appare tanto più in contrasto con il giudizio tranchant espresso dalla Regione: ultima. Un intervento ancor più dissonante per l’intempestività con cui questo giudizio è stato diffuso, se si considera che i punteggi espressi nella delibera del 19 maggio fotografano la valutazione dell’operato 2018.
Perché ora?
 
La delibera, atterrata in Azienda ospedaliera venerdì sera, contiene di fatto la valutazione annuale dei direttori generali che la Giunta assegna valutando la garanzia dei livelli essenziali di assistenza forniti, garantendo il rispetto dei vincoli di bilancio. Un giudizio cui si aggiunge la valutazione delle Conferenze dei Sindaci e della Commissione Consiliare competente. 
 
Certo qui si parla di soglie raggiunte (appieno, parzialmente o per nulla) e di soldi. Ma la domanda ineludibile a questo punto è: com’è possibile che un’Azienda ospedaliera, che in queste settimane ha dimostrato di essere in grado di reinventarsi, plasmandosi a seconda di esigenze mutevoli, garantendo risposte di eccellenza di fronte alla prima pandemia che i più siano in grado di ricordare, non sia all’altezza di Usl con un’attività assistenziale più ordinaria? Sarebbe come scoprire di non aver passato l’esame di maturità alla proclamazione di laurea.
 
Le altre pagelle regionali
 
Le pagelle non piacciono mai a nessuno, nemmeno ai primi della classe perché, in fondo, c’è sempre il rischio che un brutto voto arrivi a rovinare la festa. Figuriamoci se si finisce ultimi della classe, quando la pagella è redatta dal datore di lavoro, in questo caso la Regione, che ogni anno valuta i suoi direttori generali con giudizi che, a ridosso delle scadenze di mandato, possono rivelarsi ancora più delicati e significativi in prospettiva futura.
 
La sanità bellunese 
 
Può tuttavia permettersi di festeggiare l’Usl 1 Dolomiti, che nel 2018 (ma i dati sono usciti solo in questi giorni), si è piazzata al primo posto tra le strutture sanitarie, sfiorando il punteggio pieno. Dall’altro capo della classifica, come noto, l’Azienda ospedaliera di Padova, con una sufficienza risicata. 
 
Ogni anno la Regione valuta il raggiungimento degli obiettivi dei direttori generali tenendo conto del rispetto dei livelli essenziali di assistenza (Lea) nell’ambito dei vincoli di bilancio. A questa valutazione si somma quella della conferenza dei sindaci e della Commissione consiliare competente.
 
I coefficenti di valutazione 
 
Alla Giunta spetta il 60% del giudizio (su Lea e bilancio), mentre gli altri due soggetti pesano per il 20%: la Commissione consiliare si esprime sul rispetto della programmazione regionale, la Conferenza dei Sindaci su qualità ed efficacia dell’organizzazione dei servizi sociosanitari sul territorio.
 
Nel caso di Aziende ospedaliere universitarie di Padova e Verona, Istituto oncologico veneto e Azienda Zero, non potendo contare sui punti della Conferenza dei Sindaci, il peso della Giunta regionale vale l’80%.
 
Le finalità 
 
Gli obiettivi di salute e di funzionamento dei servizi vengono considerati raggiunti in modo soddisfacente nel caso in cui venga conseguito un risultato totale di almeno il 70%.
 
In questo scenario, la migliore è stata giudicata la Usl 1 Dolomiti diretta da Adriano Rasi Caldogno, con 95,13 punti complessivi; segue la Usl 3 Serenissima diretta da Giuseppe Dal Ben, con un punteggio di 94,28; l’Azienda Zero guidata da Patrizia Simionato con 92,67 e, al quarto posto l’Usl 2 Marca Trevigiana a quota 91,51.
 
Dietro tutte le altre, fino a toccare il fondo con i 74,51 punti dell’Azienda ospedaliera di Padova: la sua omologa veronese è terzultima, ma con quasi 10 punti in più. 
 
TOME -AGENZIA BIANCHI- FORUM CON FLOR IN REDAZIONE
TOME -AGENZIA BIANCHI- FORUM CON FLOR IN REDAZIONE
 
 
Sulla questione spinosa della “bocciatura” dell’azienda ospedaliera di Padova da parte della Regione Zaia, ha percepito il passo falso ed è partito in una strenua difesa del suo operato.
 
Un'azione che sembrerebbe criticare Flor ma che in realtà, a ben vedere è una sua difesa.
 
Zaia ha parlato di “tre livelli umano, burocratico e manageriale”. “Il dottor Flor non ha alcun avviso di sfratto, io non chiedo a qualcuno di andare via usando le tabelline. Io considero Flor tra i migliori direttori che io abbia conosciuto. Nessuna frizione, ma stia al suo posto. L’aspetto burocratico: è un obbligo di legge, che prevede le commissioni che si basa su parametri. Se noi intervenissimo sarebbe un reato. C’è una griglia con parametri e relativo punteggio, che serve a stabilire quanto sarà il premio.
 
E’ la griglia del 2018. Vedo all’ultimo posto sempre le due aziende ospedaliere universitarie di Padova e Verona. Capisco che ci sia un vulnus, ad esempio a livello di tempi di attesa, perché i luminari hanno tempi biblici rispetto a un chirurgo di provincia”.
 
Poi l’aspetto manageriale. “Io ho detto al dottor Flor che mi scriva due righe per contestare la griglie, non ho visto niente. L’azienda opedaliera di Padova non viene giudicata. La Regione sta giudicando i suoi manager, i manager rispondano.
 
Probabilmente la griglia non tiene conto delle peculiarità dell’azienda ospedaliera. Ma basta dirlo. Flor merita di essere tra i primi, ma questo è un particolare della premialità dello stipendio. Ricordo che io per anni non ho dato premi ai direttori generali. Se Flor vuole creare un caso lo faccia. Ma per me è un fulmine a ciel sereno”.
 
Ci sono le condizioni perché Flor venga rimosso? “No, i manager li ho scelti io e confermati. Se va via è perché sceglie lui di andar via, perché io non voglio che vada via. Se lui ha altri progetti lo dica, ma non si dica che io lo caccio, perché non è così. Io con lui parlo quasi tutti i giorni ed è l'unico".
 
TOME’-AGENZIA BIANCHI-PADOVA -ANDREA CRISANTI
TOME’-AGENZIA BIANCHI-PADOVA -ANDREA CRISANTI
 
 
«Come fa l’ultimo ospedale del Veneto ad essere anche quello che ha fatto la metà dei tamponi di tutta la regione? I criteri di queste valutazioni non sono affatto attendibili. Non capisco cosa stia succedendo sinceramente: il Veneto ne sta uscendo in maniera fantastica, siamo sotto i riflettori di tutto il mondo, e poi cosa accade? Prima il contrasto senza senso con me, poi questa classifica falsata sull’ospedale di Padova? Così ci si spara addosso, e invece si dovrebbe tutelare la reputazione della regione».
 
Andrea Crisanti non ci sta. Il virologo, diventato famoso per i tamponi a tappeto a Vo’, critica aspramente l’operato del Nucleo di valutazione regionale, che ha piazzato l’azienda ospedaliera all’ultimo posto tra le strutture sanitarie venete, bocciando di fatto l’operato del direttore generale, Luciano Flor.
 
Zaia e Crisanti ai ferri corti: dietro le quinte dello scontro in Veneto
Zaia e Crisanti con la mascherina di protezione anti-Covid
 
Professor Crisanti, l’ospedale di Padova è veramente inferiore a tutti gli altri della regione?
 
«L’ospedale di Padova è l’unico ad aver impedito che il Coronavirus entrasse nelle corsie. L’unico ad aver garantito una continuità nelle cure e del servizio. Ora viene fuori che nel 2018 era il peggiore? Non è credibile».
 
Quindi ritiene che chi ha giudicato l’operato di Flor abbia fallito?
 
«Due sono le cose: o i criteri di giudizio sono sbagliati o sono veicolati. Non c’è una terza via. La capacità dell’ospedale di Padova di reggere l’urto Coronavirus è difronte agli occhi di tutti i cittadini del Veneto. Non so dove fossero tutti questi grandi luminari degli altri ospedali in questo periodo, ma credo non riuscissero a fare più di 300 tamponi al giorno. Sarei curioso di vedere la capacità dei primi classificati durante questa emergenza. Io sono venuto dall’Inghilterra e a Padova ho trovato un livello di prim’ordine».
 
Ci spieghi...
 
«Vorrei vedere quanti tamponi hanno fatto, quante persone avevano in rianimazione, la mortalità nella rianimazione e i guariti. Questa è stata la vera prova del fuoco, il resto sono numeri appiccicati senza criterio. Anche se la valutazione è del 2018, quando il virus non c’era, trovo poco credibile che sia cambiato tutto in un anno. Mica si fanno miracoli».
 
Numeri che però hanno spinto Flor a minacciare le dimissioni.
 
«Se Flor dovesse andar via sarebbe una grande perdita per l’ospedale, per Padova e anche per me»
 
Ha fatto pace con Zaia? O domani quando leggerà che lei avrebbe tenuto la mascherina litigherete di nuovo?
 
«Ci siamo chiariti e ci vederemo la prossima settimana. Credo che lui avesse la necessità di ribadire l’ottimo lavoro della sanità pubblica del Veneto. Vero e nessuno glielo toglie. Però ribadisco che la strategia l’ho ideata io. Ora comunque ci siamo riconosciuti i ruoli, quindi adesso non vorrei alterare di nuovo questo equilibrio».
 
Il candidato presidente Lorenzoni invece ha detto che le cederebbe volentieri il posto di rivale di Zaia.
 
«Il professore ha fatto una battuta e io l’ho considerata tale. Per fare bene il politico c’è bisogno di esperienza. Io non sarei bravo e non ho questa aspirazione. La politica mi piace, m’interesso di problemi sociali, ma farlo per professione è un’altra cosa».
 
Zaia o Lorenzoni? Si inizia a sentire un po’ tirato per la giacca?
 
«Io mi sono sempre tenuto fuori da considerazioni politiche. Voglio rimanere nell’ambito tecnico e preservare la mia libertà, senza dire o fare cose per far piacere ad uno piuttosto che ad un altro. Il bene più prezioso che ho è la libertà di dire quello che penso, e la difendo»
 
MARIAN - AGENZIA BIANCHI - PADOVA - ESTERNI OSPEDALE
MARIAN - AGENZIA BIANCHI - PADOVA - ESTERNI OSPEDALE
 
 
L’orgoglio padovano ferito si compatta attorno alla “sua” sanità. Una reazione composta, quella dei medici padovani in quello che è stato un lungo pomeriggio, iniziato con un incontro tra gli universitari e il rettore e proseguito di seguito in una riunione che ha visto i direttori di dipartimento, universitari e ospedalieri, riuniti in via Giustiniani per un secondo confronto.
 
E alla fine tutti d’accordo sulla necessità di cambiare i criteri di valutazione dei centri di eccellenza, hub, rispetto alle strutture del territorio.
 
La polemica
 
Le pur lusinghiere parole pronunciate dal governatore Luca Zaia nei confronti del direttore generale dell’Azienda ospedaliera Luciano Flor, martedì, non sono bastate a rasserenare gli animi, cancellando l’onta di quelle intempestive pagelle regionali che hanno relegato la sanità padovana all’ultimo posto nel Veneto. Come ha commentato lo stesso Flor in quell’occasione «ai numeri si risponde con i numeri, non con le parole».
 
Se la tempistica della diffusione dei giudizi relativi al 2018 era stata valutata inopportuna dopo l’incredibile performance della sanità padovana nella battaglia contro il coronavirus, dissonante con i giudizi espressi a livello nazionale e internazionale, ad essere considerato inaccettabile è stato il metodo con cui si è giunti a una valutazione che non tiene conto di meriti e peculiarità della struttura padovana.
 
L’incontro
 
E così, i direttori di dipartimento si sono incontrati rinsaldando le fila attorno al direttore generale. Perché difendere lui, significa difendere anche il loro lavoro, un’attività fatta di ricerca, diagnosi e assistenza di primo livello, per cui Padova fa scuola.
 
L’incontro è iniziato nel tardo pomeriggio con l’introduzione dello stesso Flor che ha illustrato i criteri adottati in sede di valutazione dell’operato dell’Azienda e i motivi per cui sono da ritenere inaccettabili.
 
Da qui una serie di interventi e riflessioni culminati con la decisione dei presenti di prendersi del tempo, qualche giorno al massimo, per condividere linee comuni che consentano di tracciare una strategia. Questa culminerà con l’adozione di una serie di iniziative a livello regionale per cambiare i criteri di valutazione delle strutture sanitarie che con un punteggio di 74.51 hanno relegato Padova al tredicesimo posto per le prestazioni offerte nel 2018. Ultima. A oltre 20 punti di distanza dalla prima in classifica, l’Usl 1 Dolomiti.
 
Chiara la filosofia espressa e condivisa da tutti, ovvero l’impossibilità di valutare una struttura che esegue trapianti salvavita, per il numero di colecisti asportate, distinguendo una volta per tutte la valutazione degli hub dagli ospedali di rete sul territorio.
 
Obiettivo comune, riuscire a trovare una dimensione ad hoc per l’Azienda ospedaliera nel rispetto delle complessità che è chiamata ad affrontare tutti i giorni. Un cambiamento di rotta di cui potranno beneficiare anche le altre strutture simili a partire dall’omologa veronese.
 
Il New Yorker
 
Questo mentre il mondo prende a punto di riferimento l’Azienda: prima del lungo pomeriggio dell’orgoglio padovano, il direttore generale Luciano Flor e il direttore sanitario Daniele Donato hanno ricevuto l’inviato del New Yorker che ha a lungo indagato sull’esperienza padovana, dai risultati ottenuti nella lotta contro il Covid alle strategie messe in campo per arrivare ad essere la struttura veneta con meno decessi (appena il 20%), il maggior numero dei dimessi (315) e il minor numero di contagi tra i sanitari. Il giornalista americano ha anche intervistato il professor Andrea Crisanti sull’ormai celeberrimo modello Vo’. 
 
La Scuola medica al fianco di Flor
 
Ha di fronte uno scenario complesso, anche per i più temerari. Questo  tuttavia non scalfisce l’ottimismo del professor Stefano Merigliano, presidente della Scuola di Medicina di Padova. Che ha lo sguardo lungo e vede oltre l’ostacolo.
 
Professor Merigliano, partiamo dal corso di Medicina a Treviso: cosa pensa accadrà con l’impugnazione del Governo?
 
«Al riguardo sono molto sereno. Il primo novembre noi partiamo senza alcuna remora, indietro su quel progetto non si torna. È una posizione condivisa anche con il rettore Rosario Rizzuto e già ribadita. Il corso è già stato accreditato dal Ministero e se c’è qualche tecnicismo da perfezionare non sarà quello a fermarci. In una fase storica dove il mondo intero chiede più medici, dove finalmente lo stesso Governo finanzia un numero maggiore di borse di specializzazione, come si fa a bloccare un corso? La norma ammette che una cattedra possa essere finanziata da enti terzi, pubblici o privati, quindi credo che non ci siano problemi di competenze e autonomie per l’impegno che la Regione Veneto si è assunta nel cofinanziare parte della docenza da impiegare a Treviso».
 
Comunque una batosta inattesa, un po’ come la pagella regionale che relega il direttore generale Flor in fondo alla classifica, non crede?
 
«È la classica cosa sbagliata che arriva nel momento sbagliato. I parametri che si applicano per valutare una Usl non possono essere gli stessi per un’Azienda universitaria, è evidente. E infatti la Regione rivedrà i criteri di giudizio. La reazione corale che c’è stata, il segnale di profonda coesione dell’ospedale, dell’università e della città, è questo quello che conta. Abbiamo cento sfide davanti, su quelle dobbiamo concentrarci».
 
E il nuovo atto aziendale con i cambiamenti dei capi dipartimento non rischia di innescare qualche malumore?
 
«L’unico punto che ha sollevato un po’ di polverone - nei media - è stata la nomina del professor Giorgio Perilongo alla guida del Dipartimento funzionale aziendale di Malattie rare, mentre alla guida del Dipartimento didattico -scientifico-assistenziale Salute della Donna e del Bambino ha preso il suo posto la professoressa Liviana Da Dalt. Ma è davvero una lettura distorta quella che vede nella nuova posizione di Perilongo una retrocessione.
 
Quello di Padova è il primo centro europeo per le malattie rare e c’è bisogno di tutta l’esperienza e competenza di cui un professionista come Perilongo è capace per farlo decollare in maniera strutturale e funzionale. E comunque Perilongo rimane direttore del Dipartimento universitario. Da Dalt, che è riferimento per la pediatria clinica, era già sua vice, alla fine l’operazione è un potenziamento dell’area pediatrica».
 
Avete incontrato difficoltà nel comporre la squadra?
 
«La vera difficoltà è stata determinata dal fatto che abbiamo tante competenze ai massimi livelli. Le scelte poi tengono conto anche di aspetti relazionali e umani. Così una figura di esperienza e capace di mediazione come il professor Paolo Rigotti è a capo del Dipartimento Trapianti, ma abbiamo Umberto Cillo all’Epatologico, Gino Gerosa per gli Organi artificiali, il professor Federico Rea a Patologia Toraco-polmonare. E abbiamo il top su ogni fronte».
 
E chi temeva uno sbilanciamento a favore degli universitari?
 
«La valorizzazione degli universitari c’è, ma non a scapito degli ospedalieri, anzi. Proprio l’emergenza sanitaria legata al Covid ha creato una grande sintonia fra ospedale e università, insegnandoci davvero a fare squadra. Ci sono molti ospedalieri a capo di dipartimenti, posso citare Annamaria Cattelan per l’Immunoematologico, Giustina De Silvestro per la Medicina trasfusionale, così come i due capi dipartimento dell’Area medica e chirurgica scelti fra medici del Sant’Antonio, ovvero Giorgio Vescovo e Enrico Sartorello. Anche qui, il chiaro segnale che, come era stato a suo tempo assicurato, c’è tutta la volontà di valorizzare ospedali, professionisti e risorse tutte».
 
Il quadro non è tuttavia ancora completo. Quali organi previsti dall’atto aziendale devono ancora essere definiti?
 
«Come Consiglio della Scuola di Medicina abbiamo deliberato nei giorni scorsi la proposta del direttore scientifico per cui abbiamo scelto il professor Paolo Angeli, la cui nomina spetta ora al rettore. E figure di prim’ordine sono quelle scelte per il Comitato scientifico: la professoressa Alessandra Biffi, il professor Eugenio Baraldi, il professor Umberto Cillo e il professor Edoardo Midena. Anche qui manca solo il “timbro” del rettore».
 
Di solito quando si tratta di nomine importanti si sprecano veti incrociati, frecciate e malumori serpeggianti. Siete stati bravi a tenere tutto sotto traccia?
 
«No davvero. Non c’è stato alcun gioco al ribasso, alcun mercanteggiare sui nomi. Qui, come ho già detto, parlano solo le competenze, non c’è nemmeno da provare a cercare sponsorizzazioni di sorta».
 
Cosa manca per chiudere il cerchio?
 
«Rettore e presidente della Regione hanno scelto anche il nome che guiderà l’organo di indirizzo, una figura che sta sopra il direttore generale e che controlla e verifica l’andamento e l’indirizzo: non posso sbilanciarmi anticipando la scelta, ma fatico a immaginare un nome più prestigioso. Pagelle o non pagelle, saranno i risultati, ancora una volta, a dimostrare la potenza di fuoco di questa Azienda». 
 
 

 

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