«Come fa l’ultimo ospedale del Veneto ad essere anche quello che ha fatto la metà dei tamponi di tutta la regione? I criteri di queste valutazioni non sono affatto attendibili. Non capisco cosa stia succedendo sinceramente: il Veneto ne sta uscendo in maniera fantastica, siamo sotto i riflettori di tutto il mondo, e poi cosa accade? Prima il contrasto senza senso con me, poi questa classifica falsata sull’ospedale di Padova? Così ci si spara addosso, e invece si dovrebbe tutelare la reputazione della regione».
Andrea Crisanti non ci sta. Il virologo, diventato famoso per i tamponi a tappeto a Vo’, critica aspramente l’operato del Nucleo di valutazione regionale, che ha piazzato l’azienda ospedaliera all’ultimo posto tra le strutture sanitarie venete, bocciando di fatto l’operato del direttore generale, Luciano Flor.
«L’ospedale di Padova è l’unico ad aver impedito che il Coronavirus entrasse nelle corsie. L’unico ad aver garantito una continuità nelle cure e del servizio. Ora viene fuori che nel 2018 era il peggiore? Non è credibile».
«Due sono le cose: o i criteri di giudizio sono sbagliati o sono veicolati. Non c’è una terza via. La capacità dell’ospedale di Padova di reggere l’urto Coronavirus è difronte agli occhi di tutti i cittadini del Veneto. Non so dove fossero tutti questi grandi luminari degli altri ospedali in questo periodo, ma credo non riuscissero a fare più di 300 tamponi al giorno. Sarei curioso di vedere la capacità dei primi classificati durante questa emergenza. Io sono venuto dall’Inghilterra e a Padova ho trovato un livello di prim’ordine».
«Vorrei vedere quanti tamponi hanno fatto, quante persone avevano in rianimazione, la mortalità nella rianimazione e i guariti. Questa è stata la vera prova del fuoco, il resto sono numeri appiccicati senza criterio. Anche se la valutazione è del 2018, quando il virus non c’era, trovo poco credibile che sia cambiato tutto in un anno. Mica si fanno miracoli».
«Se Flor dovesse andar via sarebbe una grande perdita per l’ospedale, per Padova e anche per me»
«Ci siamo chiariti e ci vederemo la prossima settimana. Credo che lui avesse la necessità di ribadire l’ottimo lavoro della sanità pubblica del Veneto. Vero e nessuno glielo toglie. Però ribadisco che la strategia l’ho ideata io. Ora comunque ci siamo riconosciuti i ruoli, quindi adesso non vorrei alterare di nuovo questo equilibrio».
«Il professore ha fatto una battuta e io l’ho considerata tale. Per fare bene il politico c’è bisogno di esperienza. Io non sarei bravo e non ho questa aspirazione. La politica mi piace, m’interesso di problemi sociali, ma farlo per professione è un’altra cosa».
«Io mi sono sempre tenuto fuori da considerazioni politiche. Voglio rimanere nell’ambito tecnico e preservare la mia libertà, senza dire o fare cose per far piacere ad uno piuttosto che ad un altro. Il bene più prezioso che ho è la libertà di dire quello che penso, e la difendo»
L’orgoglio padovano ferito si compatta attorno alla “sua” sanità. Una reazione composta, quella dei medici padovani in quello che è stato un lungo pomeriggio, iniziato con un incontro tra gli universitari e il rettore e proseguito di seguito in una riunione che ha visto i direttori di dipartimento, universitari e ospedalieri, riuniti in via Giustiniani per un secondo confronto.
E alla fine tutti d’accordo sulla necessità di cambiare i criteri di valutazione dei centri di eccellenza, hub, rispetto alle strutture del territorio.
La polemica
Le pur lusinghiere parole pronunciate dal governatore Luca Zaia nei confronti del direttore generale dell’Azienda ospedaliera Luciano Flor, martedì, non sono bastate a rasserenare gli animi, cancellando l’onta di quelle intempestive pagelle regionali che hanno relegato la sanità padovana all’ultimo posto nel Veneto. Come ha commentato lo stesso Flor in quell’occasione «ai numeri si risponde con i numeri, non con le parole».
Se la tempistica della diffusione dei giudizi relativi al 2018 era stata valutata inopportuna dopo l’incredibile performance della sanità padovana nella battaglia contro il coronavirus, dissonante con i giudizi espressi a livello nazionale e internazionale, ad essere considerato inaccettabile è stato il metodo con cui si è giunti a una valutazione che non tiene conto di meriti e peculiarità della struttura padovana.
L’incontro
E così, i direttori di dipartimento si sono incontrati rinsaldando le fila attorno al direttore generale. Perché difendere lui, significa difendere anche il loro lavoro, un’attività fatta di ricerca, diagnosi e assistenza di primo livello, per cui Padova fa scuola.
L’incontro è iniziato nel tardo pomeriggio con l’introduzione dello stesso Flor che ha illustrato i criteri adottati in sede di valutazione dell’operato dell’Azienda e i motivi per cui sono da ritenere inaccettabili.
Da qui una serie di interventi e riflessioni culminati con la decisione dei presenti di prendersi del tempo, qualche giorno al massimo, per condividere linee comuni che consentano di tracciare una strategia. Questa culminerà con l’adozione di una serie di iniziative a livello regionale per cambiare i criteri di valutazione delle strutture sanitarie che con un punteggio di 74.51 hanno relegato Padova al tredicesimo posto per le prestazioni offerte nel 2018. Ultima. A oltre 20 punti di distanza dalla prima in classifica, l’Usl 1 Dolomiti.
Chiara la filosofia espressa e condivisa da tutti, ovvero l’impossibilità di valutare una struttura che esegue trapianti salvavita, per il numero di colecisti asportate, distinguendo una volta per tutte la valutazione degli hub dagli ospedali di rete sul territorio.
Obiettivo comune, riuscire a trovare una dimensione ad hoc per l’Azienda ospedaliera nel rispetto delle complessità che è chiamata ad affrontare tutti i giorni. Un cambiamento di rotta di cui potranno beneficiare anche le altre strutture simili a partire dall’omologa veronese.
Il New Yorker
Questo mentre il mondo prende a punto di riferimento l’Azienda: prima del lungo pomeriggio dell’orgoglio padovano, il direttore generale Luciano Flor e il direttore sanitario Daniele Donato hanno ricevuto l’inviato del New Yorker che ha a lungo indagato sull’esperienza padovana, dai risultati ottenuti nella lotta contro il Covid alle strategie messe in campo per arrivare ad essere la struttura veneta con meno decessi (appena il 20%), il maggior numero dei dimessi (315) e il minor numero di contagi tra i sanitari. Il giornalista americano ha anche intervistato il professor Andrea Crisanti sull’ormai celeberrimo modello Vo’.
La Scuola medica al fianco di Flor
Ha di fronte uno scenario complesso, anche per i più temerari. Questo tuttavia non scalfisce l’ottimismo del professor Stefano Merigliano, presidente della Scuola di Medicina di Padova. Che ha lo sguardo lungo e vede oltre l’ostacolo.
Professor Merigliano, partiamo dal corso di Medicina a Treviso: cosa pensa accadrà con l’impugnazione del Governo?
«Al riguardo sono molto sereno. Il primo novembre noi partiamo senza alcuna remora, indietro su quel progetto non si torna. È una posizione condivisa anche con il rettore Rosario Rizzuto e già ribadita. Il corso è già stato accreditato dal Ministero e se c’è qualche tecnicismo da perfezionare non sarà quello a fermarci. In una fase storica dove il mondo intero chiede più medici, dove finalmente lo stesso Governo finanzia un numero maggiore di borse di specializzazione, come si fa a bloccare un corso? La norma ammette che una cattedra possa essere finanziata da enti terzi, pubblici o privati, quindi credo che non ci siano problemi di competenze e autonomie per l’impegno che la Regione Veneto si è assunta nel cofinanziare parte della docenza da impiegare a Treviso».
Comunque una batosta inattesa, un po’ come la pagella regionale che relega il direttore generale Flor in fondo alla classifica, non crede?
«È la classica cosa sbagliata che arriva nel momento sbagliato. I parametri che si applicano per valutare una Usl non possono essere gli stessi per un’Azienda universitaria, è evidente. E infatti la Regione rivedrà i criteri di giudizio. La reazione corale che c’è stata, il segnale di profonda coesione dell’ospedale, dell’università e della città, è questo quello che conta. Abbiamo cento sfide davanti, su quelle dobbiamo concentrarci».
E il nuovo atto aziendale con i cambiamenti dei capi dipartimento non rischia di innescare qualche malumore?
«L’unico punto che ha sollevato un po’ di polverone - nei media - è stata la nomina del professor Giorgio Perilongo alla guida del Dipartimento funzionale aziendale di Malattie rare, mentre alla guida del Dipartimento didattico -scientifico-assistenziale Salute della Donna e del Bambino ha preso il suo posto la professoressa Liviana Da Dalt. Ma è davvero una lettura distorta quella che vede nella nuova posizione di Perilongo una retrocessione.
Quello di Padova è il primo centro europeo per le malattie rare e c’è bisogno di tutta l’esperienza e competenza di cui un professionista come Perilongo è capace per farlo decollare in maniera strutturale e funzionale. E comunque Perilongo rimane direttore del Dipartimento universitario. Da Dalt, che è riferimento per la pediatria clinica, era già sua vice, alla fine l’operazione è un potenziamento dell’area pediatrica».
Avete incontrato difficoltà nel comporre la squadra?
«La vera difficoltà è stata determinata dal fatto che abbiamo tante competenze ai massimi livelli. Le scelte poi tengono conto anche di aspetti relazionali e umani. Così una figura di esperienza e capace di mediazione come il professor Paolo Rigotti è a capo del Dipartimento Trapianti, ma abbiamo Umberto Cillo all’Epatologico, Gino Gerosa per gli Organi artificiali, il professor Federico Rea a Patologia Toraco-polmonare. E abbiamo il top su ogni fronte».
E chi temeva uno sbilanciamento a favore degli universitari?
«La valorizzazione degli universitari c’è, ma non a scapito degli ospedalieri, anzi. Proprio l’emergenza sanitaria legata al Covid ha creato una grande sintonia fra ospedale e università, insegnandoci davvero a fare squadra. Ci sono molti ospedalieri a capo di dipartimenti, posso citare Annamaria Cattelan per l’Immunoematologico, Giustina De Silvestro per la Medicina trasfusionale, così come i due capi dipartimento dell’Area medica e chirurgica scelti fra medici del Sant’Antonio, ovvero Giorgio Vescovo e Enrico Sartorello. Anche qui, il chiaro segnale che, come era stato a suo tempo assicurato, c’è tutta la volontà di valorizzare ospedali, professionisti e risorse tutte».
Il quadro non è tuttavia ancora completo. Quali organi previsti dall’atto aziendale devono ancora essere definiti?
«Come Consiglio della Scuola di Medicina abbiamo deliberato nei giorni scorsi la proposta del direttore scientifico per cui abbiamo scelto il professor Paolo Angeli, la cui nomina spetta ora al rettore. E figure di prim’ordine sono quelle scelte per il Comitato scientifico: la professoressa Alessandra Biffi, il professor Eugenio Baraldi, il professor Umberto Cillo e il professor Edoardo Midena. Anche qui manca solo il “timbro” del rettore».
Di solito quando si tratta di nomine importanti si sprecano veti incrociati, frecciate e malumori serpeggianti. Siete stati bravi a tenere tutto sotto traccia?
«No davvero. Non c’è stato alcun gioco al ribasso, alcun mercanteggiare sui nomi. Qui, come ho già detto, parlano solo le competenze, non c’è nemmeno da provare a cercare sponsorizzazioni di sorta».
Cosa manca per chiudere il cerchio?
«Rettore e presidente della Regione hanno scelto anche il nome che guiderà l’organo di indirizzo, una figura che sta sopra il direttore generale e che controlla e verifica l’andamento e l’indirizzo: non posso sbilanciarmi anticipando la scelta, ma fatico a immaginare un nome più prestigioso. Pagelle o non pagelle, saranno i risultati, ancora una volta, a dimostrare la potenza di fuoco di questa Azienda».