Interventisti e neutralisti lo scontro infiamma le città

di Francesco Jori
La guerra è nell’aria. In quella primavera del 1915, gli italiani si limitano a leggerne sui giornali, e a sentirne echi peraltro niente affatto lontani: prova ne sia che già da mesi sono risuonati segnali di allarme tra la popolazione. Ne è testimonianza, ad esempio, l’annotazione riportata da Giacomo Dandolo, direttore della Cassa di Risparmio di Padova, nel rendiconto di fine 1914: “Allo scoppio della guerra il panico spinse agli sportelli una folla paurosa ed agitata a ritirare i suoi depositi, temendo di perderli”. Non un fenomeno limitato a Padova, comunque: praticamente in tutte le città venete gli sportelli bancari sono stati presi d’assalto da persone intenzionate a ritirare i propri soldi, dopo che il 4 agosto è stato emanato un decreto reale che limita drasticamente i rimborsi dei capitali a risparmio e dei conti correnti.
La tensione sale dovunque, anche per i massicci rimpatri degli emigranti, di ritorno dai Paesi dove nel frattempo il conflitto è già realtà: Francia, Belgio, Germania, Gran Bretagna. Un mercato del lavoro già in crisi di suo fatica ad assorbirli; e non basta neppure la classica soluzione dell’intervento pubblico per promuovere impiego di manodopera. A febbraio del 1915 in regione sono attivi cantieri per un importo complessivo di 60 milioni di lire; ma i problemi rimangono. Come provano manifestazioni e proteste in varie città, Venezia compresa: dove il 15 marzo 1915, in campo San Luca, scoppia un tumulto legato all’aumento dei prezzi dei generi alimentari di prima necessità, a cominciare dal pane.
Il clima si inasprisce anche per lo scontro ormai aperto tra neutralisti e interventisti. Padova diventa in certo qual senso la capofila della linea a favore della guerra, anche per la presenza in università di un prestigioso docente, Alfredo Rocco, dal 1910 ordinario nella facoltà di Giurisprudenza, dove rimarrà fino al 1925 (sarà lui, in epoca fascista, a predisporre il codice di diritto penale e di procedura penale). Il 7 febbraio 1915 la città ospita una delle principali manifestazioni a favore dell’intervento: partecipano rappresentanti di associazioni di varie parti d’Italia; Cesare Battisti, impegnato in un giro per i principali centri del Paese.
Sul comune sentire della gente, è lo stesso prefetto Luigi Marcialis a rassicurare il ministero degli Interni, in una nota del 16 aprile 1915: “Se il pericolo di una guerra per i suoi orrori e per le conseguenze funeste nei riguardi della famiglia è sperato lontano nell’animo dei più… è certo però che il giorno in cui queste pratiche non approdassero e l’onore e gli interessi della Nazione reclamassero la necessità della guerra, nessun cittadino di questa Provincia, la quale ricorda sempre con odio il sofferto dominio austriaco, mancherà all’appello”. Rapporto tipicamente prefettizio,che non riflette il reale stato d’animo del grosso della popolazione.
Verona ribolle già da mesi. Lo prova quanto si verifica il 5 dicembre 1914 alla Gran Guardia, dove arriva un Benito Mussolini all’epoca socialista, che ha sposato la causa delle armi, abbandonando le posizioni neutraliste da lui in precedenza sostenute in sintonia con la posizione ufficiale del partito, al punto da venirne espulso. Il futuro duce viene su invito di un “Fascio rivoluzionario interventista”. Ad assistere, riferiscono le cronache dell’epoca, ci sono almeno 6 mila persone, tra le quali i neutralisti sono in netta maggioranza: al punto che dopo accese polemiche la controparte abbandona la sala. Il discorso del relatore, spiegano i resoconti, è accompagnato “da continue interruzioni e da scambi di pugni tra le opposte fazioni”. Ci mette del suo lo stesso Mussolini, già all’epoca esplicito nel linguaggio: «Non dico questo per elemosinare la vostra compassione, su cui sputo», chiarisce a un certo punto agli avversari. Si schiera a favore dell’intervento lo stesso sindaco Tullio Zanella, socialista, in rotta con la posizione ufficiale del suo partito.
Venezia non fa eccezione. Il 13 maggio, piazza San Marco ospita un infuocato comizio, durante il quale si registrano diversi tafferugli, e vengono bruciate alcune bandiere austriache; successivamente, si verificano vari tentativi di dare l’assalto al consolato tedesco di campo San Luca, respinti a fatica dalle forze dell’ordine. E due giorni dopo, sempre in piazza San Marco, neutralisti e interventisti si fronteggiano separati dalla forza pubblica; vengono a contatto, scoppia una rissa e sono i secondi a prevalere, al grido di «Basta coi discorsi, o fuori o legnate!».
La città è diventata il focolaio dei nazionalisti, che chiedono di ripudiare l’alleanza con Austria e Germania per restituire all’Italia “le terre irredente”. In laguna arrivano molti esuli trentini e triestini: il loro ritrovo abituale è la trattoria “alla Fenice”, dove sono accolti dal proprietario dell’intero stabile, Piero Foscari. Già il 21 febbraio 1915, a Ca’ Faccanon sede del “Gazzettino” (il cui direttore Gianpiero Talamini è schierato a favore dell’intervento), si tiene un comizio a chiusura del quale un corteo raggiunge piazza San Marco, cantando “Fratelli d’Italia” di Goffredo Mameli (che nel 1946 diventerà l’inno nazionale) e lanciando il grido di Guglielmo Oberdan, esponente di punta triestino dell’irredentismo, prima di morire impiccato il 20 dicembre 1882 per aver progettato un attentato contro Francesco Giuseppe: “Viva Trieste!”.
Pochi giorni dopo, l’8 marzo, sul “Gazzettino” viene pubblicato un eloquente richiamo: “Qualunque altra città e regione d’Italia potrebbe essere afflitta di viltà neutralista, non mai la regione veneta, non mai Venezia che ebbe dalla neutralità una durissima lezione, ebbe un colpo mortale, la fine del suo glorioso impero di quattordici secoli… Dovrebbe bastare questo ricordo ai veneziani e ai veneti tutti per odiare mortalmente la neutralità … per fortuna e per l’onore di Venezia e della regione, il Veneto non è per la neutralità”. E insiste in un successivo articolo firmato dallo stesso direttore: “Il momento solenne e sacro ci incalza, l’ora della determinazione decisiva è giunta! Mostriamoci degni, oltre che del valore, del senso politico e della perspicacia dei nostri padri, e davanti al dilemma che la sorte ci affaccia ritroviamo noi stessi e rispondiamo con l’altro dilemma di Garibaldi a Bixio sull’erta di Calatafimi: qua si fa l’Italia o si muore!”.
(8 – continua)
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