La crisi dei bar a Padova: persi 221 in un anno, uno su quattro è gestito da stranieri

Al di fuori del centro storico aumentano le difficoltà, secondo i dati diffusi dall’Appe. E un locale su cinque non supera di 5 anni di attività. Luni: «I negozi aperti sono presidi di sicurezza»

Allarme bar e ristoranti: fuori dal centro storico sono in arretramento. Il bilancio 2025 del settore dei pubblici esercizi a Padova e provincia, tracciato dall'Appe su dati Fipe-Confcommercio, delinea un comparto strategico ma in sofferenza: nonostante le oltre 4 mila imprese attive, il territorio ha perso in soli dodici mesi 221 attività, segnando una flessione del -2,6%.

L'identikit del settore: il fattore straniero

Il dato più dirompente riguarda la mutazione genetica della proprietà dei locali. L’incidenza dell’imprenditorialità straniera è ormai un elemento strutturale: il 24,3% dei pubblici esercizi padovani — quasi uno su quattro — è gestito da cittadini non italiani. Se da un lato questo garantisce continuità e presidio economico, dall'altro riflette la crescente difficoltà del settore nell'attrarre nuove iniziative locali, con un calo vistoso della componente giovanile e femminile, storicamente motori di rinnovamento per il territorio.

La "maledizione" del quinto anno

Aprire un locale a Padova sembra essere diventata una scommessa ad alto rischio. La nati-mortalità del comparto resta elevatissima: una impresa su due (50%) chiude i battenti entro i primi cinque anni di attività. A soffrire maggiormente sono i bar-caffè, in costante diminuzione sia nel centro storico del capoluogo che nei comuni della provincia.

Le cause del collasso sono scritte nei bilanci: nei bar, lo scontrino medio resta bassissimo, fermo a circa 4 euro, mentre i costi fissi e la burocrazia continuano a lievitare. Il risultato è un carico di lavoro che ricade interamente sulle spalle dei titolari, impegnati direttamente nel locale per oltre 10 ore al giorno in più di un terzo dei casi monitorati.

Il paradosso occupazionale: 2.500 posti vacanti

Mentre le imprese chiudono, chi resiste non trova braccia. In tutta la provincia di Padova si registra una domanda di lavoro operativa per oltre 2.500 figure professionali. Camerieri, cuochi, aiuto-cuochi e barman sono i profili più richiesti, ma le aziende si scontrano con un marcato disallineamento tra domanda e offerta, rendendo la gestione quotidiana dei locali ancora più complessa.

«I locali sono infrastrutture sociali»

La Presidente di APPE, Federica Luni, lancia un appello alle istituzioni: «I bar accendono le luci nelle strade e offrono punti di incontro quotidiani per anziani e famiglie. Difenderli è una scelta politica e di sicurezza». Per reagire alla crisi, molti esercenti stanno puntando su digitalizzazione ed efficientamento energetico, mentre l'associazione ha messo in campo uno strumento unico in Italia: il “Testo Unico dei pubblici esercizi”, un vademecum operativo di 70 pagine per aiutare gli imprenditori a navigare tra le norme.

«Non possiamo considerare queste attività marginali», conclude Luni. «I locali sono aperti quando gli altri servizi sono chiusi: rendono la città attrattiva e vivibile. Senza di loro, Padova sarebbe più buia e più povera».

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