LA LETTERA / L’8 marzo, la dignità delle donne e quelle separazioni

Un marito che se ne va e una famiglia che si disgrega. In tutto questo le donne non trovano un sostegno neppure da chi dovrebbe rappresentare lo Stato. Ecco la lettera di una lettrice

PADOVA. Riceviamo e pubblichiamo una lettera firmata da una lettrice che apre un dibattito sul senso del matrimonio oggi e sulle separazioni che ledono la dignità delle donne. Eccola:

Esattamente da venti mesi sto vivendo un incubo che diventa sempre peggiore, più il tempo passa. È una storia banalissima, la mia, ma che si sta scontrando con il senso della vita e della società. Ho cinquant'anni , un lavoro impegnativo e bellissimo, una casa, una famiglia. Un marito, almeno così credevo. E invece no, venti mesi fa il marito scompare (letteralmente) e trova strano che io, dopo trent'anni di amore e di figli, non "capisca" che lui si era sentito trascurato, mi accusa di non averlo amato abbastanza ma nega di avere un'altra.

Oltre all'amore ferito, all'abbandono fisico ed emotivo, al sacramento sbeffeggiato (e noi siamo coppia di parrocchia, sicuramente annoverabili in quella ristretta minoranza di cristiani non solo per battesimo…) comincia anche una presa in giro della mia intelligenza, con il mucchio di bugie che il grande uomo riversa su di me per non ammettere la sua dipendenza dalla collega che lo ha conquistato, con le quali sommerge e lorda la nostra relazione, sia passata che presente e futura.

La collega, che a questo punto io so esserci stata fin dall'inizio della mia sofferenza, è ben determinata a rifarsi delle proprie frustranti situazioni, visto che ha cominciato a corteggiare mio marito non appena si è scrollata di dosso il " peso" di un matrimonio di 25 anni e dei tre figli "egoisti" e mio marito, improvvisamente, trova utile e percorribile in tempi rapidissimi ciò che la società moderna gli offre: invece di guardarsi dentro, di accogliere la mia richiesta di perdono per averlo fatto sentire poco amato, le mie proposte di percorsi cristiani; invece di cercare una possibile strada per dare alla nostra crisi un senso positivo e ai nostri figli la famiglia che fino al giugno 2011 avevano avuto, trova molto più facile e gratificante rivolgersi ad avvocati…

E qui la storia privata, molto banale e squallida, diventa un affare dello stato. Lo stato che è entrato nel mio matrimonio "tutelandoci" con le sue norme contrattuali che sembrano così ovvie che potrebbero anche non esserci : chi, decidendo di sposarsi, probabilmente innamorato, non sceglie di abitare insieme all'amato, di essergli fedele, di prestargli le cure fisiche ed economiche che il contratto sancisce? Il punto è che quelle regolette inutili perché superflue quando ci si ama, suonano poi come terribile presa in giro perchè decadono all'istante se uno dei due decide che il gioco lo ha stancato, hanno il valore della carta straccia e non c'è alcuna penale che colpisca chi, senza giusta causa, receda da quel contratto.

A sentire l'avvocato di mio marito (nota professionista, conosciuta anche in curia) lo stato "chiede che si regolarizzi la separazione", per cui, anche se ambedue le parti continuano a sapere che il matrimonio religioso non avrà fine, pare necessario che sia la legge a stabilire la divisione di ciò di cui non ha aiutato a garantire l'unione.

Questa stessa avvocato, di fronte ad una moglie disperata, convocata l'otto marzo obtorto collo per una "separazione consensuale "che, come moltissime altre, di consensi non ne ha per nulla, non ha trovato di meglio da dirmi di comportarmi con "dignità". Mi pare di capire quindi che, per l'avvocato in questione, il dolore espresso con richieste di rallentare la corsa al massacro della mia famiglia e con lacrime non avesse dignità. Invece che solidarietà femminile e sorellanza, io l'otto marzo ho avuto dall'avvocato di mio marito un giudizio sulla qualità del mio dolore. Una donna, che nella giornata dedicata al riconoscimento della dignità e dei diritti femminili, infanga un'altra donna perché non può accettare quello che, di fatto, è e resta un sopruso da parte di un uomo. Certo, mio marito non mi ammazza fisicamente, ma il suo uccidermi con l'avvallo legale a me fa ugualmente sentire morta.

Non capisco: quale dovrebbe essere stato un comportamento dignitoso di fronte allo scempio di ciò che si era costituito in trentacinque anni d'amore? Dove mi posso sentire accolta nella mia disperazione se chiedo allo stato che sia vero ciò che lo stato dice, cioè che prima di arrivare ad una separazione ci deve essere il tentativo di riconciliazione? Se chiedo allo stato di tenere fede a ciò che mi propone, quando la separazione avviene, ovvero che siano ben esplicitate nella formula dell'accordo di separazione che vengono attenuati gli obblighi discendenti dal matrimonio (coabitazione, FEDELTA', cura e mantenimento reciproco e dei figli) ma non eliminati? Non capisco. Tra le molte cose che in questo incubo non capisco ci sono anche queste.

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