La storia di Paolo Menè, imprenditore di solidarietà in Africa

PADOVA. Erano in vacanza. In Africa, meta prediletta dei loro viaggi. Era il 2005. Paolo Mené, pescarese-padovano, imprenditore, 60 anni, era appena andato in pensione dopo aver dedicato con successo la vita lavorativa alla sua azienda, Progres Veneto spa, che produceva software per le grandi firme di abbigliamento. Il benessere economico, la voglia di godersi il tempo libero e di fare il turista nel mondo: tutto lasciava presupporre che Paolo Menè si sarebbe goduto una pensione disimpegnata e dorata, assieme alla moglie Marina. Infatti sono partiti per un viaggio in Mali. E lì, una coincidenza, una guida locale invece di un’altra, una deviazione, e qualcosa è cambiato. Le loro vite.
Quel pomeriggio stavano tornando da un tour nella regione dei Dogon, antica popolazione di raffinata e studiatissima cultura che vive nella falesia di Bandiagara, la sconfinata frattura che interrompe l’altopiano sub sahariano. E dove, prima della guerra che dallo scorso anno devasta il poverissimo Mali, si affollava il turista sapiens, con la valigia piena dei testi degli etnologi francesi che negli anni Trenta per primi si occuparono dei Dogon. Paolo e Marina erano con una guida locale: sulla via del ritorno, in auto tra uno scossone e l’altro, l’uomo propose una deviazione. Avrebbe mostrato loro il suo villaggio, una piccola sosta. Affare fatto. «Ci piaceva l’idea di vedere un luogo fuori dai circuiti turistici», racconta Paolo Menè; «Siamo arrivati e lì, praticamente, abbiamo visto morire un bambino: niente avrebbe potuto salvarlo. Un taglio, infezione, nessun farmaco. L’approccio con i bambini è stato durissimi per noi. Tanti erano allo stremo e si sapeva come sarebbe andata a finire». Da quella deviazione, è cominciato tutto. «Con Marina ci siamo detti: forse qualcosa potremmo fare visto che noi stiamo bene. E così siamo partiti per questa avventura».
Un’avventura solitaria che, dopo otto anni, è diventata una ramificata realtà per la quale Menè, con il suo concreto piglio da imprenditore, è riuscito a mettere assieme 20 associazioni che operano in Mali: Rete Mali si chiama, capofila è Progetto Dogon, la onlus che lo stesso Menè ha messo in piedi e attraverso la quale ha già costruito un centro sanitario a Werè, inaugurato nel 2009, gestito da personale Dogon. E che, dopo lo stop imposto dalla guerra, ha ripreso a funzionare ora che la situazione pare migliorata. I medici e gli infermieri sono retribuiti da Progetto Dogon che fornisce anche i farmaci: lì un infermiere prende 100 euro al mese, un medico 3 mila all’anno.
Instancabile, Menè che ora ha 67 anni, ne dimostra 10 di meno e «non lavoravo così tanto nemmeno quando avevo la mia azienda», è andato su e giù dal Mali, tessuto relazioni locali, incontrato capi di Stato e ambasciatori, raccolto fondi, raggiunto finanziamenti. E nei ritagli di tempo organizza feste dove lui si mette a suonare jazz al piano con i suoi musicali amici e complici, e gli invitati – imprenditori e giù di lì – firmano assegni.
Lo scorso anno il Mali, uno dei Paesi più poveri del continente africano, ha subìto un colpo di Stato: divisioni interne e occupazione del nord da parte di gruppi islamici estremisti armati. L’intervento della Francia. Guerra. Emergenza sull’emergenza. 350 mila profughi si sono riversati nel sud del Paese e nel confinante Burkina Faso.
«Forse qualcosa possiamo fare», si è ridetto Menè. A dicembre è andato in Burkina: «Ho incontrato Onu, Unicef, Medici senza frontiere e ho verificato che lì nessuno sta facendo nulla in campo sanitario». Risultato, due tir attrezzati ad ospedale che partiranno il 18 aprile e dopo 15-20 giorni arriveranno nel campo profughi in Burkina, a 25 chilometri da Saagnignogo: ci vivono in condizione drammatiche 2500 persone di cui 800 bambini.
Un tam tam sul web e Rete Mali ha reperito già 50 medici e 10 infermieri volontari, da tutt’Italia, che si alterneranno per garantire cure e interventi. Uno dei primi medici a essere andato, fin dall’inizio dell’operazione, è Giovanni Lo Presti, primario a Monselice. «Ci aiuta molto l’associazione Magis Italia e collaboriamo con l’ospedale San Camillo di Ouagadougou in Burkina per coordinare l’intervento dei medici e darne continuità nel turn over». I tir sono stati acquistati e attrezzati in collaborazione con Mission Land, onlus di Piovene Rocchette. E della onlus sono gli otto volontari che porteranno i mezzi in Burkina. Il tutto è costato 100 mila euro. «I tir, con aria condizionata ché ora in Burkina ci sono 45°, saranno ambulatori e sale operatorie. Fuori metteremo una tenda di 4x10 metri per le degenze. L’abbiamo comperata a buon prezzo dagli alpini», racconta Menè. Che a lasciarlo parlare riempirebbe cento pagine: perché c’è anche il progetto dei pozzi d’acqua con il Caaf di Mestre e la Cassa di Risparmio; ci sono le adozioni a distanza e il resto. «C’è rispondenza, ci sono i risultati», commenta Menè, l’imprenditore della solidarietà. Quindi si va avanti, e si fa di più.
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