L’agguato nel capanno Antonio si è difeso

Si scava nel passato della vittima, l’ipotesi è la premeditazione L’assassino prima di nascondere il corpo ha lavato via il sangue
Di Enrico Ferro

PADOVA. Dopo averlo ucciso a bastonate, dopo averlo trascinato per quindici metri in mezzo alla campagna e sepolto sotto una catasta di legna, l’assassino è tornato sul luogo dell’agguato e ha tentato di lavare il sangue rimasto a terra. Chi ha ucciso Antonio Floris, detenuto sardo di 61 anni ospite della comunità di recupero dei Padri Mercedari, aveva tutto l’interesse a nascondere ogni traccia. Due religiosi, 25 carcerati in semilibertà e qualche eco che torna da un passato burrascoso. La chiave per risolvere il giallo si nasconde in questa cerchia di persone. È la direzione in cui si stanno muovendo gli uomini della Squadra mobile di Padova.

Gli investigatori del vice questore aggiunto Giorgio Di Munno, dopo aver perquisito tutte le stanze del centro di accoglienza di via Righi, stanno interrogando i detenuti che in qualche modo ruotano intorno alla struttura. Il delitto è stato commesso sicuramente dopo le 20.30 di venerdì, dunque stanno analizzando con attenzione tutti gli alibi. Dov’eri venerdì sera? Con chi eri? Quanto sei rimasto? A che ora sei tornato? I 25 detenuti (ma anche i due padri) dovranno rispondere a queste domande una o più volte e chiaramente le tesi saranno poi incrociate con ulteriori riscontri.

Perché se c’è un punto fisso nell’ultima serata di Antonio Floris, è la cena. Dopo aver lavorato come ogni giorno nell’angolo di campagna gestito dalla comunità religiosa dove stava affrontando il programma di reinserimento, ha mangiato insieme a don Giovannino e ad altri ospiti. Intorno alle 20.30 ha salutato tutti ed è uscito in cortile per recuperare la bicicletta e tornare come sempre al carcere Due Palazzi, dove stava scontando sedici anni di galera per due tentati omicidi. Floris era solito parcheggiare la bicicletta in un capanno eretto vicino agli orti: un ripostiglio per gli attrezzi ma anche un luogo in cui, in occasione delle feste, venivano macellati e cotti alla griglia i maialini.

Il detenuto sessantunenne è stato aggredito alle spalle dentro la baracca. Il suo assassino l’ha colpito con una prima bastonata alla nuca. Lui si è girato e ha alzato il braccio destro per difendersi ma è arrivata una seconda bastonata che gli ha staccato l’orologio dal polso. Floris è caduto a terra e lì è stato finito con altri colpi inferti alla testa. È stato poi trascinato all’esterno e sepolto sotto i ceppi di legno in aperta campagna, nelle vicinanze della canaletta di scolo che delimita il confine tra l’Oasi dei padri Mercedari e la vicina abitazione. L’assassino, poi, è tornato nel capanno e con l’acqua della pompa ha provato a lavare le macchie di sangue rimaste a terra nella rimessa.

Quando dal carcere hanno comunicato alla direzione del centro di accoglienza il mancato rientro di Floris (all’incirca verso le 23), i due padri e alcuni detenuti sono usciti all’esterno per verificare. Hanno trovato la bicicletta ancora incatenata con lo zainetto e l’orologio a terra. Il selciato era bagnato e nessuno riusciva a capirne il motivo. La mattina successiva, con la luce, sono comparse le macchie di sangue. Alcune più nitide, altre diluite dall’acqua. Gli investigatori della Squadra mobile non stanno trascurando neppure l’ipotesi della vendetta legata al passato criminale di Antonio Floris.

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