Lando e Ipas, stangata da oltre 4 milioni

MONSELICE. Oltre 4 milioni di euro. È la somma che l’imprenditore di Piove di Sacco Moreno Lando e la cooperativa Ipas di Monselice dovranno pagare alla Regione, restituendo i fondi incassati per realizzare un progetto destinato all’inserimento dei disabili nel mondo lavorativo; progetto che in realtà non è mai stato attuato. Lo ha stabilito la sentenza di condanna della Corte dei Conti del Veneto che ha accolto le contestazioni del procuratore contabile Chiara Imposimato, titolare dell’inchiesta.
Il progetto finito nel mirino prevedeva la trasformazione di un capannone a Monselice in un polo della logistica dove far lavorare quaranta persone, detenuti o ex tali; una parte dell’edificio doveva inoltre essere riadattata ad alloggio per alcuni dipendenti. A tale scopo la Regione aveva versato alla coop 4 milioni 196 mila euro, dopo aver dato il via libera all’operazione con una delibera del dicembre 2011. Il problema, secondo le indagini della Guardia di Finanza di Treviso, è che Ipas ha aperto un’attività in quel capannone senza destinarlo ad alloggio e, soprattutto, senza assumere i carcerati. Inoltre la coop si sarebbe aggiudicata i fondi presentando un progetto per i disabili e solo successivamente lo ha destinato ai carcerati. Avrebbe così ottenuto un punteggio più alto nella graduatoria del bando di gara e quindi maggiori chance di incassare i fondi regionali per iniziative di carattere sociale. In definitiva non solo il finanziamento era stato chiesto e ottenuto indicando destinatari diversi, ma il progetto non è neppure sato completato. Di qui l’accusa agli imputati di aver sviato le risorse regionali.
Accusa respinta da Lando e dalla coop i quali hanno escluso ci sia stato dolo e hanno attribuito l’insuccesso dell’iniziativa al periodo di grave crisi economica. In particolare, ha sostenuto la difesa, erano state attuate le prime due fasi ed era in corso di realizzazione la terza, per la quale non c’erano vincoli temporali: il rallentamento è legato alla crisi dell’economia. A tal proposito era stata allegata la relazione della Cga di Mestre da cui emergeva la minore crescita del Pil rispetto alle previsioni. «Ipas ha avviato il progetto oggetto del finanziamento e al contempo si è aperta la più grave crisi economica del Dopoguerra», la replica degli imputati, «nei primi due anni l’impresa ha comunque raggiunto obiettivi di crescita del fatturato tanto che ha assunto taluni soggetti svantaggiati e, pur avendo formulato e ottenuto la rimodulazione del finanziamento, ha comunque provveduto a rimborsarne una quota». Inoltre, è la tesi della difesa, la Regione non aveva concesso un tempo adeguato per il completamento dell’iniziativa. Diverse le conclusioni dei giudici contabili secondo cui, successivamente alla costruzione dell’immobile, Ipas si è limitata all’utilizzo del capannone per lo svolgimento di mera attività imprenditoriale nel campo della logistica che ha portato alla coop ricavi per 800 mila euro nel solo esercizio 2015, mentre non avrebbe dato corso al programma sociale rispetto al quale l’acquisto e la costruzione del capannone erano strumentali e la cui attuazione era condizione unica per il mantenimento dei fondi. L’arrivo del finanziamento, rilevano ancora i magistrati, ha permesso a Ipas accesso al credito «che diversamente non avrebbe potuto avere stante la situazione di precarietà finanziaria in cui versava». Nel bilancio 2011 c’erano infatti debiti per tributi per circa 600 mila euro «in buona parte rientrati nel corso dell’esercizio successivo in cui vi è stato l’immissione di liquidità derivante dall’erogazione del finanziamento». La Corte ha condannato Lando e Ipas al pagamento di 4 milioni 116 mila 606 euro alla Regione.
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