Lascia impresa e suv e va a Lampedusa a fare il pescatore

Andrea Bottacin, 46 anni, padovano, che pare Hemingway ha raccontato i suoi anni in mare nel libro “L’urlo silenzioso”

PADOVA. Un’impresa edile ben avviata, il suv Mercedes parcheggiato sotto casa e tante, forse troppe, donne. Aveva tutto Andrea Bottacin, restauratore padovano che, a un certo punto della sua vita, ha deciso di chiudere baracca e mandare al diavolo agiatezza e frenesia per dedicarsi alla pesca. Lasciando Padova, quel Veneto che gli aveva permesso di «fare i soldi», con le speranze dirette a Sud, più in là dello stivale. Destinazione Lampedusa, isola che aveva avuto modo di conoscere nei tanti anni di villeggiatura con la famiglia.

«Ma erano venti giorni all’anno in cui tutto profumava di mare, mandarino e grigliata di pesce» racconta Andrea, 46 anni compiuti l’11 ottobre. «Lampedusa è meravigliosa, ma solo vivendoci si può sentire “l’urlo silenzioso di aiuto” lanciato dai suoi abitanti e dai disperati che ci sbarcano ogni giorno». «L’urlo silenzioso di aiuto» è proprio il titolo del libro in cui Bottacin ha raccontato le sue vicissitudini, la vita da imprenditore in crisi e da pescatore professionista, intrecciandola con la quotidianità, tra fragili equilibri, solidarietà e tragedie.

Nel 2007, anno della partenza per le «tre “elle”, Lampedusa, Linosa e Lampione», Andrea conosceva appena qualche rudimento sulla cattura dei tonni. A dire il vero, non aveva manco idea di come si rimettesse a posto quella barchetta di legno, “Oscià”, comprata dal marinaio Calogero, uno che, tanto per capirci, in materia di pescherecci ne sapeva più capitan Findus. Calogero, come gli altri abitanti dell’isola, ce l’aveva un po’ con «il padovano» un po’ gradasso che si faceva prendere per i fondelli dai calamari («appena li guardi negli occhi ti spruzzano in faccia acqua e inchiostro nero mentre gli altri ridono per la tua inesperienza») ma che, ben presto, aveva iniziato anche a riempire di pesci le ghiacciaie.

«Finché non pescavo mi volevano tutti bene» continua. «Il fatto di aver imparato in fretta a destreggiarmi in mare aperto, però, mi aveva reso quasi antipatico. Ci è voluto un po’ di tempo per farmi accettare». Entrare a far parte di una famiglia allargata, quella di un’isola dove è la natura a far scorrere le lancette, lo ha aiutato a cambiare le sue abitudini, dalla sveglia alle sette alla prima lenza calata alle quattro e mezza, dai canonici cappuccino e cornetto ai panini con ricotta, pomodoro e acciughe divorati di prima mattina. Ma Lampedusa non era, e non è, solo mare, scogli, tramonti e tavolate infinite, anzi. Lampedusa era, ed è, un cimitero sconfinato: «Mi è capitato di tirare su con le reti cadaveri o pezzi di corpi umani irriconoscibili». Gente senza nome, senza l’etichetta di clandestino, profugo o immigrato. Senza un’età. Inerme, scarnificata. «È talmente frequente, laggiù, che i pescatori non avvertono più la Capitaneria di Porto. È impossibile non sentire l’urlo di questi poveracci lasciati morire senza dignità, o quello dei lampedusani lasciati soli a gestire un’emergenza troppo grande». Bottacin, all’esordio da scrittore («ma» assicura, «presto pubblicherò un altro libro») ha raccontato pure la visita a Lampedusa di Papa Francesco nel 2013 e il ritorno a Padova dopo nove anni per una storia andata male con un’istruttrice di sub austriaca. «Io, con le donne, ho sempre avuto un rapporto controverso ma questa relazione mi ha distrutto. Sono tornato a Padova, prima ospite di amici e poi fisso in un appartamentino, anche perché ho fatto un investimento sbagliato che mi ha spinto a fare pensieri, non lo nego, molto brutti. Un’amica mi ha messo in mano carta e penna, obbligandomi a scrivere». «Ho raccontato tutto per salvarmi» chiude il pescatore padovano. «Ho urlato, proprio come quella povera gente che affonda e poi finisce nelle reti con i tonni e le cernie e ai lampedusani che stanno soffrendo moltissimo. Presto tornerò da loro, stavolta per sempre».

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