LE MICROSTORIE / Lui, lei e la casa al civico zero

PADOVA. Chissà se torneranno, adesso che è finito l'inverno. E chissà dove li hanno passati, i mesi freddi. Loro, che per tutta la scorsa estate hanno trasformato in casa un quadratino di portico in zona Torresino, vicino al dormitorio pubblico; mai dentro ché lì, fianco e fianco, non avrebbero potuto passare la notte.
Già, perché si tratta di un lui magrebino e di una lei, alta, bella, bionda, magrissima, altoatesina, entrambi sui 30, i quali, vagabondi per chissà quali vicende, hanno passato tutta la scorsa estate per strada. Ma non per strada e basta, con quel fare anestetizzato dei clochard che nelle proprie cicatrici hanno trovato rifugio e radici. Macché, loro due erano diversi e il loro altrove non era fatto duro di droga. Piuttosto era scolpito dall’emarginazione sociale ma con la vitale tensione a spremere vita dalle pietre. Letteralmente, in questo caso.
I due arrivavano un po' prima del tramonto: una ripulita al marciapiede, un telo accuratamente steso per terra e sopra due sacchi a pelo; bottiglia d'acqua e bicchiere, qualche oggetto disposto in ordine. E, su tutto, un particolare, un gigantesco dettaglio, di quelli che da soli raccontano la storia che li contiene: una piantina in vaso, fiorita, che durante il giorno diventava invisibile, occultata in qualche anfratto, per poi ricomparire al loro rientro “a casa”. Se la sistemavano vicina e non era mai secca. Perfino i vestiti piegavano con cura prima di sostituirli, con grande discrezione, da una tuta per la notte. E ogni mattina lei tirava fuori uno specchio, lo appendeva chissà come, e si sistemava i capelli. Un mondo a parte per quei due del civico zero, un po' struggenti Gelsomina e Zampanò, un po' disperati alla deriva di “Via da Las Vegas ”.
Speciali loro, modi gentili, niente questue, un’unica richiesta in tre mesi alla più vicina dei vicini: una bottiglia d’acqua fresca. Ma in buona compagnia, ché gli angoli delle vie attorno al Torresino sono spesso occupati da chi non può o non vuole andare al dormitorio. Quest’inverno proprio nei giorno del gelo, anzi nelle notti, in quel micro vicoletto che collega con via Dimesse, c’era quasi stanziale un mucchio di stracci e logore coperte, per terra. Notte sottozero dopo notte. Non ha gridato al degrado che attanaglia Padova, la vicina, non ha fondato un comitato “via i senza casa dal centro”, non ha chiamato i marines. Semplicemente è andata a “bussare” a quel mucchio di stracci: vi serve qualcosa? E’ spuntato il viso di un ragazzo: No, grazie. Ma una vocetta di ragazza, da dentro: Beh, sì, qualcosa di caldo. Sono arrivati latte bollente e biscotti, intanto. Poi sono passati i volontari della strada con le coperte, quelle da freddo polare. Ed è arrivata la mattina dopo.
Alberta Pierobon
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