L'esperto dei social: «La rete amplifica tutto ma dietro ci siamo noi»

PADOVA. «Partiamo da un dato di fatto: episodi come questo sono sempre accaduti quando c’è un forte coinvolgimento emotivo. Semplicemente sono cambiati gli strumenti a disposizione. Quello che prima si diceva al telefono o con una email, ora si dice sui social, prevalentemente su Facebook». Claudio Giua, direttore dello Sviluppo e innovazione del gruppo editoriale Espresso e grande conoscitore dei social, difende la “tecnologia”, anche quando è portatrice di attacchi barbarici, come quello alla quindicenne che ha denunciato la violenza sessuale subita a Castelfranco. «Cinquant’anni fa si parlava già di villaggio globale», spiega Giua. «Oggi il villaggio si è allargato davvero: non solo è globale, ma aperto. A tutti è data la possibilità di dire qualcosa alla propria comunità, che però non è più quella ristretta di una volta. L’esempio più efficace è forse quello dei sei gradi di separazione. Se prima c’erano veramente sei persone di mezzo tra me e uno sconosciuto, oggi i gradi si sono ridotti a due. A ognuno di noi è offerta l’opportunità di interagire praticamente con tutti, senza tanti intermediari». E non è vero - come si dice - che la rete tira fuori il peggio. «Quel peggio semmai c’è sempre stato», insiste Giua. «Oggi ha più visibilità. La rete è un mezzo, come i social sono uno strumento. C’è stato un tempo in cui si temeva che certi film potessero veicolare messaggi violenti, oggi si è portati a pensare che il web possa produrre lo stesso effetto. Ma nella rete ci siamo noi». Semmai ci si può chiedere perché, nel caso specifico, sia stata più forte la voce di quelli che difendono il presunto stupratore rispetto a chi solidarizza - o avrebbe dovuto solidarizzare - con la vittima. «Ma questo è un argomento che merita un’analisi sociologica», dice Giua. «Probabilmente nella nostra cultura continua a prevalere la tendenza a difendere il bravo ragazzo e a condannare la ragazza che invece scopre le gambe un centimetro di più. Si è sempre fatto così. Ma quello della donna tentatrice - come ha appena detto papa Francesco - è un luogo comune, retaggio di una cultura dalla quale fatichiamo a liberarci. In ogni caso non discuterei il mezzo, che è straordinario e utile».
È di questi giorni anche l’annuncio - per ora solo tale, e peraltro non nuovo - di una possibile introduzione del “non mi piace” su Facebook. Giua accoglie la novità con favore ma anche con prudenza. «Credo che possa servire a bilanciare la funzione “mi piace”, a fare da contrappeso. Oggi in effetti manca la possibilità di esprimere un giudizio negativo davanti a notizie o giudizi che non sono condivisi o che sono portatori di scarsa umanità. Va comunque pesato per quello che vale, così come andrebbero contestualizzati e valutati i “mi piace” per il loro peso effettivo, per la comunità che li esprime, poi il luogo al quale sono riferiti".
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