L’Italia sul lettino / L’ossessione di sapere che tempo farà

La psicologa Vera Slepoj analizza il fenomeno delle previsioni meteo

Da sempre guardiamo il cielo con lo stesso sguardo di chi è vissuto millenni fa, il vento lo sentiamo e talvolta è una brezza, altre volte è freddo e violento, la pioggia l’amiamo quando il caldo si fa pesante e l’aria sembra non esserci più, poi ci sono le infinite forme delle nubi che corrono, che si accumulano, che diventano rosa come il cotone. Ecco, siamo legati a infiniti modi di guardare il clima, per questo sempre più stiamo incollati a tutte le tipologie di meteo, previsioni del tempo, il tempo che farà, siti, mappe, giri di vento, perturbazioni, a cui oramai diamo persino i nomi, le classifichiamo. Abbiamo umanizzato ciò che temiamo e amiamo, il nostro rapporto con la natura, ma anche questo legame lo intrecciamo di ambiguità, ambivalenza, omologhiamo i nostri bisogni, li decliniamo a chi ogni sera e ogni mattina con un righello, o una matita, con abiti gessati o abitini vogliosi ci dice cosa accadrà nella nostra giornata, che cosa ci aspetta stando alla finestra o ad uscire per strada. E il ciclico segnale di allarme, e il tempo brutto che arriva, e il precipitare di venti che stanno altrove, nei giri delle correnti, nel caldo e nel freddo del mare, arrivano sempre le incombenti notizie di disastri climatici. Freddo glaciale, primavera cha va e che viene, caldo e freddo che diventano i nostri orizzonti, una strana bussola per valutare i nostri sentimenti, orientare le vacanze, decidere se passeggiare timidi in un tempo incerto o lasciarsi andare nel programmare l’imprevisto.

Non viviamo nella savana dove la pioggia è una speranza simile a un miracolo, non viviamo di un raccolto necessario per la nostra vita, dove la grandine e la siccità sono una minaccia, non viviamo nello salire e scendere delle maree eppure il nostro giorno è filtrato, orientato dalle previsioni del tempo che farà. I maniaci, gli ossessionati della paura dell’imprevisto, quelli che temono di trovarsi privi di cappotto e ombrello, sono assimilabili a tutti coloro che non reggono l’ansia del non controllo. Guardiamo il cielo dallo schermo piatto del nostro televisore, sentiamo l’umido della pioggia accartocciati sul nostro divano, brividi di solitudine come conseguenza dall’essere separati da tutto ciò che per millenni forse ha ritmato la vita di chi ci ha preceduto. Non riusciamo dalle case che cementano gli orizzonti a vedere le stagioni che cambiano i colori degli alberi, forse davanti alle nostre finestre non ci sono più né passeri né rondini che ci salutano il giorno il cambio delle stagioni. L’ansia e l’ossessione per le previsioni del tempo è forse tutta lì, in una privazione dell’istinto, quello di lasciarci andare dentro la pioggia e sotto il sole, senza la paura di ammalarci, di non trovare quelle emozioni che il sole ci dà, che il bel tempo ci dà, temiamo se non c’è il clima giusto di poter vivere i nostri sentimenti.

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