L’ultimo comizio, l’agonia: per lui si fermò l’Italia

PADOVA. I ragazzi che oggi hanno 35 anni (chiamateli ragazzi, sono donne e uomini fatti) non possono sapere e meno ancora capire chi era Enrico Berlinguer e cos’è stato per gli italiani. Per loro al massimo è il ricordo sbiadito di un nome, un politico come tanti del secolo scorso. Niente a che fare con la potenza carismatica che emanava dalla sua figura e calamitava consensi e rispetto, a seconda se si era amici o avversari. La parabola di quest’uomo dal fisico gracile ma dalla grande tensione morale si è conclusa a Padova nel 1984, in piazza dei Frutti, davanti a quattromila persone. Oggi comizi come quello non li fa più neanche Beppe Grillo. La politica era cosa diversa, le ideologie mobilitavano le piazze, la passione le faceva avvampare. Invece di Pil o di spread si parlava del bene comune, teneva banco la questione morale e Berlinguer, con il suo impasto di rigore comunista e tradizione cattolica, l’aveva imposta all’Italia.
Era la seconda volta che il segretario nazionale del Pci veniva a Padova. Il comizio precedente risaliva al 1974, in una piazza dei Signori traboccante (le cronache dicono diecimila persone) per il referendum sul divorzio.
Quel 7 giugno 1984, un giovedì, poco dopo le 21, sul palco c’è l’intero stato maggiore del Pci veneto. Il grande schermo rimanda il primo piano del suo volto per quelli che sono più lontani. Quando la voce si incrina e le pause si fanno più lunghe, quelli delle prime file capiscono subito che sta succedendo qualcosa di grave. Dal fondo della piazza invece sembra una normale interruzione: si vede Berlinguer che si mette una mano davanti alla bocca, poi chiede un bicchiere d’acqua e continua a parlare. Ma per poco, perché barcolla, si aggrappa al microfono, sta cadendo.
Dalle sue spalle corrono a sorreggerlo. Le figure in piedi sul palco lo nascondono alla vista della folla. Lo portano via, mentre Flavio Zanonato dice al microfono «compagni non è successo niente, solo un malore, forse per il freddo, andate pure a casa».
Invece è già successo tutto, ma nessuno l’ha ancora capito: una emorragia cerebrale gli ha tolto la conoscenza. Lo trasportano all’hotel Plaza invece che in ospedale e qui sorgeranno le polemiche: molti si diranno convinti che si poteva salvarlo se non fosse stato perso tempo prezioso. Ma tra il gruppo dei soccorritori ci sono anche Giuliano Lenci e Mario Lisi, che sono due medici.
Quando l’ambulanza a sirene spiegate arriva dal Plaza al pronto soccorso sono le 23.
Si capisce che le cose sono gravi perché arriva di corsa Salvatore Mingrino, il primario di neurochirurgia. Enrico Berlinguer è in coma. Gli fanno una Tac, ha una inondazione tetraventricolare. All’una di notte il primo bollettino medico: «Spandimento emorragico, si ritiene opportuno procedere ad un intervento chirurgico». La notizia rimbalza a Roma. L’operazione è difficile, delicata, dura più di due ore. Si cerca sangue del gruppo 0 negativo. Fuori dal reparto comincia una veglia triste di una piccola folla. Un’altalena di speranza e rassegnazione, che prelude a un’alba triste: Berlinguer sta morendo, non c’è più speranza.
Di prima mattina arrivano i familiari, la moglie Letizia, i figli Bianca di 24 anni, Maria di 22, Marco di 20 e Laura di 15. Poi anche il presidente della Repubblica Pertini. E comincia una processione di personalità, un pellegrinaggio, un assedio che dura giorni. L’attesa ineluttabile che il cuore cessi di battere perché il cervello è già spento. Le pupille non reagiscono agli stimoli della luce, tecnicamente si chiama midriasi, per i medici è segno di morte clinica.
«Non era un aneurisma da poter clippare», ricorda oggi Giampiero Giron, primario di rianimazione, che partecipò all’intervento chirurgico come anestesista. «Era una rottura vascolare irreparabile, purtroppo. Del resto il fratello di Ingrao, che era il suo medico curante, mi ricordo che disse che Berlinguer era un iperteso, fumava una quantità impressionante di Marlboro, non si curava. In ogni caso da un’emorragia per rottura dell’arteria non c’era niente e nessuno che poteva salvarlo».
Il cuore di Enrico Berlinguer cessa di battere lunedì 11 giugno 1984 alle 12,45. Si ferma anche l’Italia. Pertini vuole i funerali a Roma, il corteo funebre parte da Padova alle 16 e impiega tre ore per arrivare a Tessera. La Riviera del Brenta è affollata di persone, a Mestre si va a passo d’uomo lungo il Corso. C’è una protesta di operai, che fermano le auto: vorrebbero che i funerali di Berlinguer, morto in Veneto, si facciano in Veneto.
«Berlinguer vivrai nelle nostre lotte», recitano molti striscioni. È il ricordo di un’altra Italia. Oggi di questione morale nessuno parla più.
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