Massacra la moglie, inflitti 20 anni

Ieri la condanna del gup Mariella Fino con rito abbreviato

Qualche giorno prima aveva promesso al fratello della moglie, marocchino come lui: «Prima uccido lei, poi tocca a te». Promessa mantenuta, almeno in parte. È il pomeriggio del 26 giugno 2011, domenica, al piano terra di una vecchia casa in via Maroncelli 7 alle spalle de la Stanga. Fatima Chabani, 33 anni, litiga per l’ennesima volta con il marito Hammadi Zrhaida, 37 anni, violento, rissoso, il vizio dell’alcol e una gelosia cieca. A pochi passi dalla coppia c’è la figlioletta di 5 anni. Ma poco importa a quel padre che stringe fra le mani un coltello da cucina e, per ben 42 volte, infierisce sul corpo della consorte. 42 fendenti, almeno una ventina quelli “penetranti” che colpiscono l’aorta, il polmone, la trachea e la sesta vertebra cervicale in base a quanto riscontrato dal professor Massimo Montisci dell’Istituto di medicina legale. Ieri, a un anno dalla tragedia, il caso è stato definito almeno in primo grado. Al termine di un rito abbreviato che, per legge, prevede lo sconto di un terzo della pena, il gup Mariella Fino ha inflitto 20 anni di carcere a Hammadi Zrhaida che ha ascoltato, nervoso e in silenzio, quel verdetto nell’aula al secondo piano del tribunale, prima di rientrare nel carcere di Rovigo dove è detenuto. Il magistrato ha pure ordinato il pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva (un anticipo del risarcimento) di 80 mila euro ai familiari della vittima, oltre alle spese, il resto sarà determinato in separata sede civile. I parenti di Fatima - tutelati dall’avvocato Andrea Frank - si erano costituiti parte civile, reclamando un milione di euro. Accolta in pieno la richiesta del pm Emma Ferrero che aveva sollecitato una condanna a 20 anni per omicidio volontario (non premeditato) aggravato dal rapporto di parentela.

Quella accanto a Hammadi era stata una vita d’inferno per Fatima, decisa a lasciare definitivamente il marito e a tornare in patria con la figlia per chiedere la separazione. Lui, infatti, era violento. E lo era forse sempre stato tanto che Fatima lo aveva denunciato nel paese d’origine, salvo poi ritirare la querela e ricomporre l’unità familiare, nonostante l’opposizione dei fratelli. Nel 2006 la donna si era trasferita dai parenti emigrati nel Padovano e, un anno più tardi, Hammadi l’aveva raggiunta. Lei, quasi laureata, si accontentava di fare la badante per mantenere la famiglia, lui svolgeva lavori saltuari e, spesso, era attaccato alla bottiglia. Sempre più difficile la loro convivenza, soprattutto da quando Hammadi sospettava che la moglie lo tradisse mentre lui aveva intrecciato un’altra relazione. L’uomo si sentiva offeso nell’onore. E, come esige la tradizione tribale berbera, l’onore macchiato va punito con la lama. Così è accaduto quella domenica di un anno fa secondo la ricostruzione della pubblica accusa e della parte civile. La difesa (l’avvocato Riondato) ha cercato di insistere: Hammadi si era opposto all’aggressione della moglie e, dopo averle strappato il coltello, l’avrebbe colpita. Per 42 volte. Senza mai fermarsi.(cri.gen.)

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