Mosca si commuove per «Sfiorando il muro», il doc sugli anni ’70

PADOVA. Lunghi applausi, commozione e tante domande degli spettatori ieri sera a Mosca per «Sfiorando il muro», film-documentario della giornalista Silvia Giralucci che racconta il suo viaggio negli anni di piombo a Padova, dove nel 1974 suo padre Graziano, un giovane militante del Msi, fu la prima vittima delle Br insieme a Giuseppe Mazzola. Era uno dei tanti film della rassegna della quarta edizione del festival del cinema da Venezia a Mosca, promosso dall’Istituto italiano di cultura a Mosca e chiusa oggi da un masterclass di Marco Bellocchio e dal suo ultimo film, «Bella addormentata».
Ma ha dimostrato come anche un’esordiente sappia trasmettere ad un pubblico non di casa emozioni forti e curiosità non effimere sul nostro Paese, dopo il successo in Italia. La proiezione, come per tutte le altre pellicole provenienti dall’ultimo Festival del cinema di Venezia, è stata allestita al Khudozhestvenni, la più vecchia sala cinematografica di Mosca realizzata un secolo fa dal noto architetto Fiodor Shekhtel, «teatro» della prima della Corazzata Potiomkin (1924) e del primo film sonoro russo (1931). Una cornice storica per un pezzo di storia italiana che continua a suscitare interesse anche tra le nuove generazioni di russi, rimasti commossi e scioccati dall’intensità del racconto che si snoda tra la vicenda personale della regista e quella di un’intera città, Padova, diventata negli anni Settanta un laboratorio di violenza diffusa senza pari in Italia: dalle borse per la strage di Piazza Fontana nel 1969 al blitz del 7 aprile contro Autonomia operaia e il suo leader Toni Negri.
«Oltre trent’anni dopo nella mia città ancora non si può parlare di quell’evento, ma io ho voluto andare oltre le scelte di campo e ascoltare tutti i protagonisti per dare un quadro inevitabilmente con dei chiaroscuri», ha spiegato la regista, rimasta «paralizzata» a lungo dall’uccisione del padre quando aveva appena 3 anni, dai silenzi in famiglia, dalle scritte sui muri vicino a casa, dalle contraddizioni della sua vicenda («vittima del terrorismo ma di destra, quindi meno vittima degli altri», «figlia di un missino ma estranea alla destra»). Nessun rancore, nessun giudizio netto nel suo film, diretto con Luca Ricciardi e prodotto per DocLab: Silvia Giralucci, autrice anche di un libro sullo stesso tema («L’inferno sono gli altri», Mondadori), ha voluto dare un senso di impegno civile alla sua sofferenza e ha avuto l’umile coraggio di aver cercato il punto di vista di tutti, anche di quelli che all’epoca stavano dall’altra parte perchè «a tutti deve essere data una seconda possibilità». Ma solo un ex autonomo è stato disponibile ad un «dialogo onesto e sincero», Raul Franceschi, fuggito a Parigi nel 1980 e lì rimasto, sopravvissuto a 10 anni di eroina.
«Ho trovato una persona che ha creduto, onestamente, di poter cambiare il mondo, e che ha pagato carissimo il prezzo di averlo fatto nel modo svegliato. Una vita alla deriva. Mi sento male a pensare alla sua stamberga alla periferia di Parigi e alla casa veneziana di Toni Negri», confessa. Quello stesso Toni Negri che lei ha cercato a lungo per un confronto ma che si è freddamente e vilmente negato anche quando l’ha incontrato casualmente in treno. «Avrebbe dovuto gettare la sua maschera di fronte ad una vittima del terrorismo e non ha voluto farlo», ha detto ieri sera rispondendo ad una delle numerose domande del pubblico.
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