Moschea per 20.000 fedeli, i palestinesi: «A Padova ci serve. Così isoliamo gli integralisti»

El Maoued, vice presidente regionale della comunità islamica in Veneto: «Non abbiamo alcun contatto con enti esteri per finanziare la costruzione. Ci sono tante realtà frammentate, cerchiamo un luogo idoneo e dignitoso»

Federico Murzio
Salim El Maoued, medico, in Italia dal 1981, durante un incontro in una comunità musulmana
Salim El Maoued, medico, in Italia dal 1981, durante un incontro in una comunità musulmana

Salim El Maoued è un medico di base ed è vicepresidente della comunità islamica in Veneto. In Italia dal 1981, palestinese nato in Libano, è oggi il raccordo tra le varie comunità musulmane a Padova. Il che è molto più che essere un semplice punto di riferimento. È un volto e una voce per mediare e nel caso contrattare. Soprattutto se si parla di moschea.

Dottor El Maoued, perché le comunità musulmane tornano a chiedere a gran voce la costruzione di una moschea a Padova?

«La realtà oggi fotografa una situazione frammentata di luoghi associativi nei quali si prega ma che non sono però moschee anche nel senso di quell’idea di luogo di culto presente nella legge italiana. Comprendere questa differenza è fondamentale anche nell’ottica dell’integrazione. Alcuni spazi non sono più né idonei né dignitosi, altri luoghi costituiscono motivo di tensione con le persone che abitano a ridosso delle sedi di queste associazioni. Per tutte queste ragioni e per un numero sempre maggiore di fedeli, c’è la necessità di un luogo unico e idoneo per i 20 mila fedeli musulmani qui presenti. Uno spazio non solo per professare la fede ma anche per altre attività».

Ecco, parliamo di queste altre attività. C’è chi teme, come già accaduto in Europa, che una moschea possa diventare uno spazio per coltivare integralismi, promuovere estremismi.

«Guardi conosco questa realtà da molti anni. Dico questo: tutte le comunità ci tengono a isolare qualsiasi frangia estremista e violenta. Le posso garantire che questo è uno degli aspetti primari. So anche che questo è uno dei pretesti della destra per ostacolare la costruzione di una moschea. Ma, come detto, è un pretesto».

Non è un segreto che le comunità musulmane siano realtà diverse, alcune volte divise, che si riuniscono sulla spinta di un’appartenenza etnica o nazionale. Ad oggi l’unico aspetto sul quale sembrano essere d’accordo è la costruzione di una moschea: nel caso in cui il vostro desiderio dovesse avverarsi, riuscirete poi a gestirla?

«In questo momento c’è solo una convergenza sull’obiettivo. Sul lato pratico stiamo ancora lavorando, bisognerà incontrarsi molte altre volte ancora. Il fatto che la maggioranza delle comunità siano sunnite aiuta però il dialogo».

A proposito di sciiti e sunniti, la finanza islamica, soprattutto sunnita, è da anni molto attiva. Nella vicinissima Vicenza la Fondazione Qatar Charity, una decina di anni fa, ha donato circa un milione di euro per la ristrutturazione di un centro di cultura islamico. Come sarebbe finanziata la moschea di Padova? Avete contatti con enti esteri?

«No, non mi risulta ci siano finanziamenti né contatti. Finora gli spazi sono stati realizzati tramite autofinanziamento. Ripeto poi una cosa che ho già avuto modo di affermare: dobbiamo essere trasparenti ed esigere il massimo della trasparenza da ognuno di noi nel rispetto della legge italiana».

La richiesta di una moschea porta anche il tema della reciprocità. Una parte della politica e un sentimento diffuso, dicono che “li lasceremo costruire una moschea qui quando loro consentiranno di costruire una cattedrale a La Mecca”.

«Credo che i tempi siano maturi in Italia, soprattutto in Veneto, per accettare il fatto che ci siano migliaia di persone che lavorano, che pagano le tasse, che necessitano di professare la loro fede in un luogo dignitoso. Il resto sono provocazioni politiche, spesso per ragioni di consenso».

Forse c’è qualcosa che però supera queste ragioni, il lavoro, le tasse, che si chiama tolleranza.

«So che c’è paura per una moschea, ma paura di cosa? Parliamo spesso di integrazione, una moschea può essere anche luogo di integrazione».

Insisto: lei, musulmano, consentirebbe la costruzione di una chiesa cristiana, o di qualsiasi altra religione, in un Paese a maggioranza musulmana?

«Certo. Non parlo dell’Afghanistan o dell’Arabia Saudita, perché queste ultime sono realtà che non hanno il massimo della tolleranza. Ma posso dirle che negli anni nei Paesi a maggioranza musulmana si registrano aperture notevoli».

Restando alle “aperture” e all’integrazione in Italia, è difficile non notare, per esempio, un buon numero di donne, anche giovani, coperte da vari tipi di velo. Spesso si tratta di hyab o chador, che comunque lasciano il volto scoperto. Ma si vedono anche burka o niqab, che di scoperto lasciano ben poco.

«Il fenomeno della presenza dei musulmani e della cultura va affrontato nell’ottica degli ultimi vent’anni. Quando cioè è diventato più visibile. L’Islam dice sì di coprirsi ma non il viso, il vero Islam rifugge tutti gli integralismi. Io, noi, siamo contro queste esagerazioni perché non rispecchiano non solo l’Islam, ma possono essere un ostacolo all’integrazione e al rispetto della legge».

Lei ha accennato alla circostanza che i fedeli sono in aumento. Gran parte sono immigrati o seconde generazioni. Ma una parte sono italiani che si convertono. Perché lo fanno?

«Mi lasci dire che sono molti coloro che si convertono. Conoscono la vera faccia dell’Islam, una religione della fratellanza, del “dare”, della pace, di rispetto per le donne. L’Islam è sempre stato un ponte con le altri religioni. L’Islam non è quello che traspare o che si vuole trasmettere. Certo, i problemi non mancano. Siamo nel mezzo di un lungo processo».

Eppure mettendo in fila più elementi, ponendo sui piatti della bilancia un Occidente in crisi di identità da un lato, e l’immigrazione islamica dall’altro, è difficile ridurre tutto a coincidenza. È così lontana l’idea di un Islam che vuole conquistare l’Europa?

«Non c’è nessuna idea di conquista. L’Islam può essere un elemento positivo di crescita per l’Europa e per lo stare insieme pacificamente».

 

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