Neri Marcorè, il mattatore «Mi diverto a fare cose belle»

Stasera a Padova e da domani a Treviso con “Beatles Submarine” e Banda Osiris Intanto su Rai 1 fa il record di ascolti con la fiction “Questo nostro amore ’70”
Di Nicolò Menniti-ippolito

PADOVA. Comico, cantante, imitatore, presentatore, attore, doppiatore, Neri Marcorè è tutto e di più ancora. In venti anni di carriera ha collezionato un curriculum mostruoso, che per tutti gli altri varrebbe una carriera intera e anche molto lunga. È allora inevitabile che finisca per fare concorrenza, come in questi giorni, anche a se stesso. Il martedì sera in televisione su Rai 1 oltre cinque milioni di spettatori seguono la seconda serie di “Questo nostro amore”, mentre contemporaneamente l’attore riempie dal vivo i teatri con “Beatles submarine”, che sarà in scena stasera a Padova all’Mpx e da domani al Comunale di Treviso. Senza dimenticare che tre suoi film sono in arrivo.

Neri Marcorè, non c’è un po’ di imbarazzo a recitare in teatro mentre in contemporanea va in onda una propria fiction?

«Imbarazzo no, perché non dipende da me. Le date teatrali sono fissate in anticipo e le fiction seguono logiche loro, su cui non si ha possibilità di intervenire. Certo preferirei che trasmettessero “Questo nostro amore”, il lunedì che non sono a teatro, ma per fortuna esiste internet e ormai tutte le fiction sono recuperabili se qualcuno preferisce vedermi a teatro».

Dopo Gaber, i Beatles: il teatro-canzone è la sua vera passione?

«No, anche se cantare mi piace molto e lo faccio sempre, se posso. Ci tengo invece molto, questo sì, a fare teatro almeno per una parte della stagione, perché è essenziale avere un rapporto diretto con il pubblico. Per il resto metto tutto sullo stesso piano, dalla fiction al cinema, dalla comicità al teatro. Non ho preferenze, perché credo che l’unica cosa importante sia fare cose belle».

In questo spettacolo la protagonista è la musica dei Beatles: una passione antica come quella per Gaber?

Io non appartengo alla generazione del derby Beatles-Rolling Stone, sono nato dopo. Credo però che i Beatles siano stati assolutamente unici, sono stati quello che è stato Mozart nel suo tempo. Sono bruciati rapidamente, perché hanno rivoluzionato, innovato, sperimentato. Mi piace cantare le loro canzoni, anche se ho dovuto rinunciare a pezzi che amo molto».

La scelta come è avvenuta?

«Abbiamo dovuto sacrificare molte canzoni, ma non potevamo infliggere tre ore di spettacolo. Con Giorgio Gallione e la Banda Osiris, che ha avuto l’idea, abbiamo pensato a uno spettacolo che non fosse un concerto, che non fosse una raccolta di aneddoti sui Beatles, ma raccontasse, un’epoca, una rivoluzione, in modo divertente. Durante le prove ci siamo divertiti a creare occasioni comiche e ancora oggi ci scappa qualche improvvisazione, che se funziona teniamo poi nello spettacolo».

La televisione riacquista in ascolti, i teatri tornano a riempirsi, come mai?

«Sono dei cicli, credo. La gente ha sempre voglia di vedere, ma se l’offerta diventa ripetitiva si stanca. Forse adesso alcune cose hanno stancato e quindi si cerca altro. Prevale la leggerezza, ma quella fatta bene. Bisogna sempre variare. Quando qualcuno arriva in camerino dicendomi che sono eclettico, che so fare bene tante cose diverse, capisco che ho ottenuto quello che volevo: non specializzarmi in un settore, ma riuscire bene in tante cose diverse».

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