Ucciso con un colpo di pistola, il cadavere nel fiume due giorni dopo il delitto
L’autopsia sulla vittima dell’omicidio di San Giorgio delle Pertiche rivela che non c’è acqua nei polmoni di Ferdinant Hoti. Il 35enne sarebbe stato ucciso nel Miranese e successivamente il suo corpo abbandonato nel fiume

È morto almeno 48 ore prima che il suo corpo senza vita fosse inabissato nelle acque del fiume Tergola, a San Giorgio delle Pertiche, dove è rimasto per cinque o sei ore. Nei polmoni non c’è la presenza di acqua.
Queste le prime risposte che l’autopsia, eseguita sabato mattina, 12 settembre, dal medico legale Rafi El Mazloum, ha dato per quel che riguarda l’omicidio di Ferdinant Hoti, albanese di 35 anni, senza fissa dimora ma di fatto residente a Mirano, il cui cadavere, chiuso in un sacco della spazzatura nel bagagliaio di una Fiat Bravo, è stato trovato nel bacino del Tergola, a San Giorgio delle Pertiche, martedì mattina 8 settembre.
Intanto il fascicolo di inchiesta nelle prossime ore passerà dalla Procura di Padova a quella di Venezia.
Ci sarebbero infatti elementi concreti che portano gli investigatori a collocare l’efferato delitto nel territorio veneziano, e più probabilmente nella zona del Miranese.
Un regolamento di conti in ambienti criminali dediti allo spaccio di sostanze stupefacenti. Un omicidio che riguarderebbe la mafia albanese, il cui movente sarebbe legato a questioni di denaro e stupefacenti.
La morte
L’esecuzione, con una pallottola conficcata dritta in testa, metodo tipicamente usato nelle vendette di sangue tra bande albanesi, secondo i risultati dell’esame autoptico sarebbe avvenuta almeno 48 ore prima di quando il corpo di Hoti è stato gettato nel fiume.
Il cadavere, quando martedì mattina è stato ripescato insieme alla Fiat Bravo dai vigili del fuoco all’interno del bacino del Tergola, era già in stato di decomposizione.
Inoltre era anche gonfio d’acqua, vista la permanenza nel fiume.
La permanenza in acqua
Sempre secondo l’autopsia però l’auto con la salma di Hoti non sarebbe stata spinta in acqua lo stesso giorno dell’omicidio.
Il corpo è rimasto immerso per circa cinque o sei ore, quindi la Fiat Bravo è finita nel Tergola la notte tra lunedì e martedì, prima che un automobilista che passava per la strada martedì mattina, verso le 8.30, si accorgesse delle ruote del mezzo che affioravano dall’acqua e desse quindi l’allarme.
Un altro elemento indicativo emerso dall’esame autoptico di sabato mattina, i cui risultati completi si avranno tra una sessantina di giorni, è che nei polmoni di Ferdinant Hoti non c’era acqua.
Un dettaglio che mette in luce ancora una volta come la morte del trentacinquenne albanese non sia avvenuta nel fiume ma molto prima.
Quando la Fiat Bravo si è inabissata nel bacino Tergola insieme al cadavere di Ferdinant Hoti, l’uomo era già morto.
Il fascicolo
L’inchiesta, coordinata fin dal primo momento dal pubblico ministero di turno Claudia Brunino, sta passando proprio in queste ore nelle mani della Procura di Venezia.
Questo perché gli investigatori hanno elementi concreti, che potrebbero essere immagini delle telecamere di videosorveglianza o risultati dati dall’analisi delle celle telefoniche, che collocano l’omicidio nella provincia di Venezia, molto più probabilmente nella zona del Miranese.
Il precedente
Proprio a Mirano, nella notte tra il 30 giugno e il primo luglio, la Fiat Bravo nera, intestata a un italiano residente a Jesolo, un possibile prestanome, era comparsa in una sparatoria tra albanesi.
Quella notte davanti al civico 37 di via Desman, a Zianigo di Mirano, un venticinquenne albanese era stato ferito da un colpo di pistola tra la clavicola e il collo.
Secondo l’indagine dei carabinieri di Mestre, l’agguato era nato all’interno di una rete di spaccio attiva a Mirano e nei comuni vicini. La vittima avrebbe voluto uscirne, aveva trovato un lavoro e stava per cambiare vita. Prima erano arrivate le minacce, cominciate già a febbraio. Poi le pistole.
Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova








