Omicidio-suicidio Zaramella I figli chiedono 2 milioni all’Usl

MONTAGNANA.Un mese prima della tragedia l’81enne Pietro Zaramella, da tempo in cura, aveva espresso ai medici «sentimenti di solitudine e abbandono». Ancora, « riferisce di dover accudire la moglie e occuparsi della casa praticamente da solo. Una situazione insostenibile fino all’esasperazione che lo ha portato a chiedere aiuto». È quanto si legge in un referto datato 6 gennaio 2014 e scritto dai medici dell’ospedale di Monselice. Il 4 febbraio il pensionato uccide con tre fendenti all’addome la moglie Edda Rossetto, coetanea, invalida e malata terminale, prima di avvertire i carabinieri dell’accaduto. E di quello che sta per succedere: «Ho appena ucciso mia moglie. E io mi impicco». All’arrivo, la scoperta di due cadaveri. Ora in forza del contenuto di quel referto i figli della coppia hanno avviato una causa civile nei confronti dell’Usl 6 Euganea: reclamano un risarcimento di due milioni di euro davanti al tribunale civile di Padova. A tutelarli l’avvocato Matteo Mion.
La causa
Nel ricorso il legale fa riferimento a una richiesta di ricovero urgente da parte di Zaramella, che non riusciva più a seguire la moglie senza un aiuto. Il 6 gennaio 2014 aveva telefonato al 118: un’ambulanza era arrivata in pochi minuti nella sua abitazione a Montagnana in via Brancaglia 39 e l’anziano era stato trasferito in Psichiatria dove, peraltro, era già stato ricoverato nel 2009 per una depressione. È nella cartella clinica di quel ricovero che è stato trovato il referto con l’anamnesi di Pietro Zaramella. Un referto dove il medico riporta le parole (e lo sfogo) del paziente pronto a esprimere pensieri di omicidio-suicidio, convinto che neanche i figli volessero aiutarlo. Una condizione percepita dall’uomo come di solitudine totale. «Una situazione insostenibile fino all’esasperazione che lo ha portato a chiedere aiuto» ancora il referto, citato tra gli atti di causa con due consulenze di parte che insistono «sull’evitabilità dell’evento a fronte della pronta attivazione di una rete di supporto a tutela dei coniugi Zaramella». La moglie era affetta da un tumore al polmone e costretta a vivere attaccata al respiratore, in più pativa le conseguenze di un’ischemia cerebrale che la rendeva non autosufficiente.
Il processo
Dopo la tragedia era stata aperta un’inchiesta e due medici erano stati indagati per omicidio volontario. Poi la procura riformulò il reato in omicidio colposo reclamando il processo per l’allora primario. Nell’ottobre 2017, al termine di un rito abbreviato, il gup Mondaini ha assolto il medico con formula piena come richiesto dalla pubblica accusa. E dal difensore, il professor Alberto Berardi che aveva insistito sul fatto che il rischio omicidio-suicidio non era certo prevedibile a breve e medio termine. Il giudice aveva pure affidato una perizia al dottor Emanuele Toniolo del Dipartimento di salute mentale di Rovigo.
«Emerge una situazione caratterizzata da una rete familiare molto impegnata nelle proprie occupazioni e da una difficoltà dello Zaramella di accettare aiuto...» aveva scritto il perito «Il figlio ha consegnato la lettera di dimissioni del padre al medico di famiglia solo il 3 febbraio pur essendo avvenuta la dimissione il 28 gennaio ed essendo stati consegnati come prassi farmaci solo per il tempo necessario a recarsi dal medico di base... Non si configura una condotta negligente che qualifichi come imprudente la decisione di dimettere il paziente... C’era stato un graduale e progressivo miglioramento».
Ora si è aperto un nuovo capitolo: la causa civile con la richiesta di un maxiristoro. —
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