Padova, in dieci anni chiusi 119 bar: «Sagre, così è concorrenza sleale»
I locali pubblici sono passati da 549 a 439 nel capoluogo, con un calo del 21,7%. L’Appe chiede a Comune, Regione, Camera di Commercio e governo interventi su sagre, Tari, affitti e costi delle imprese

Negli ultimi dieci anni il numero dei bar è calato, nel solo Comune di Padova, da 549 a 439. Si sono persi per strada, con un picco negli anni del Covid, 119 locali pubblici, pari a un calo del 21,7%.
Al di là dei numeri, l’Appe torna alla carica con una serie di richieste in cui il focus è rappresentato dalla concorrenza sleale esercitata dalle sagre, parrocchiali e non, che, ogni anno, nel periodo estivo crescono sempre di più e i prezzi, quasi ovunque, non risultano per niente calmierati. L’associazione dei pubblici esercizi, con sede centrale in via Savelli, si appella a quattro istituzioni: Comune, Camera di Commercio, Regione e governo.
Le richieste
All’amministrazione guidata da Giordani chiede «una politica degli eventi maggiormente orientata alla qualità e alla capacità di attrarre visitatori» scrive la presidente Federica Luni «Gli eventi devono portare persone in città, che siano in grado di valorizzare il centro storico, la cultura e le eccellenze del territorio. Dobbiamo, invece, interrogarci sull’opportunità di continuare a moltiplicare le sagre gastronomiche, soprattutto in luoghi simbolici, come Prato della Valle, mentre i locali devono fare i conti con costi generali sempre più alti».
Sempre al Comune viene chiesa «la revisione della Tari, introducendo criteri maggiormente aderenti alla reale produzione e non solo sulle dimensioni di bar e ristoranti».
«Servono investimenti mirati per aiutare i titolari dei locali che vogliono investire in innovazione, riqualificazione, sicurezza attiva e passiva, risparmio energetico e digitalizzazione» aggiunge la presidente, rivolgendosi alla camera di Commercio.
Cambiare la normativa
Alla giunta di Palazzo Balbi, guidata da Alberto Stefani, l’Appe chiede invece «una legislazione che garantisca una reale parità di condizioni tra le diverse tipologie di attività». «Non siamo contrari alle nuove forme d’imprenditorialità, ma non possiamo accettare che chi svolge la stessa attività di un bar o un ristorante possa operare con obblighi e controlli differenti. C’è il rischio che una deregolamentazione eccessiva aggravi una situazione già difficile» continua Luni.
Infine il governo: «Dall’esecutivo di Giorgia Meloni ci attendiamo interventi che possano riguardare la semplificazione burocratica e siano capaci di incidere sui costi generali delle imprese» sottolinea la presidente.
«Ad esempio chiediamo la cedolare secca sugli affitti commerciali. Il loro costo rappresenta una voce pesantissima sui bilanci dei pubblici esercizi, soprattutto su quelli che si trovano nelle zone centrali e nelle vie commerciali più importanti. Abbiamo bisogno di una misura che riduca la pressione fiscale sui proprietari degli immobili, che potrebbe favorire una diminuzione dei canoni di locazione, con effetti positivi su sostenibilità delle attività».
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