Daniela Ruffini racconta la notte del Bronx di Padova: «Via Anelli non si risolveva con la polizia»
L'ex assessora della giunta Zanonato ripercorre gli scontri del 26 luglio 2006, la nascita del "muro", la gestione dell'emergenza abitativa e il trasferimento delle famiglie. «Il degrado non si combatte solo con l'ordine pubblico: servono case, integrazione e investimenti nel sociale»
Daniela Ruffini, segretaria di Rifondazione, allora assessora alle politiche abitative nella giunta Zanonato, cosa ricorda di quella notte?
«Ero a casa quando iniziarono ad arrivarmi le telefonate impaurite dei residenti di via De Besi e di residenti dell’ex complesso Serenissima. Poi mi chiamò anche il sindaco: c’era una maxi-rissa in corso, una caccia all’uomo tra urla e violenze. La gente non osava nemmeno affacciarsi alle finestre. Ricordo una signora che mi implorò di dire al marito di non rientrare: quel pover’uomo passò la notte fuori casa. Io lo incontrai quella notte e lo rassicurai: “Sua moglie è chiusa a chiave, sta bene. Ma lei non può tornare, qui deve intervenire la polizia”. C’era uno scontro ferocissimo tra bande di etnie diverse per il controllo della piazza dello spaccio».
Come si arrivò a una situazione del genere?
«In via Anelli agivano due forze, in un effetto perverso: le mafie dello spacco di droga e il business della rendita immobiliare milionaria. Oltre 200 appartamenti, alcune anche di appena 28 metri quadri, venivano affittati a 500-600 euro al mese, con il valore di vent’anni fa. Ma gli spacciatori non vivevano lì: le persone da noi censite erano quasi tutti lavoratori, lavoratrici e famiglie con regolare contratto. Senza un lavoro non avrebbero mai potuto pagare quegli affitti spropositati. Eppure la destra scatenò una campagna d’odio contro di noi e contro il sindaco, che finì per stigmatizzare gli abitanti: venire da via Anelli diventò automaticamente sinonimo di criminale».
Quella notte la situazione rischiò di precipitare del tutto.
«Tornai a casa alle sei del mattino. La polizia, guidata dal questore Marangoni, fece un lavoro chirurgico, ma gli scontri si spostarono persino all’interno dei palazzi, costringendo gli agenti a fare irruzione sulle scale. Dentro i condomini c’erano bambini e gente per bene barricata in casa. Via Anelli, non dimentichiamolo, aveva anche una sua vita sociale: c’erano associazioni, lo sportello comunale, un comitato di quartiere presente. Prima di chiudere ogni palazzina condividevamo ogni passaggio con la cittadinanza».
In quel contesto nacque anche uno dei primi luoghi di culto islamici in città.
«Sì, c’era una moschea autogestita. Grazie a via Anelli, Padova fu tra le prime città in Italia a porsi la questione di garantire un luogo di preghiera legittimo alla comunità islamica. La Costituzione tutela il culto: come amministrazione favorimmo la mediazione tra la comunità e i proprietari dei locali. Quando via Anelli fu smantellata, ipotizzammo uno spostamento della moschea, scatenando la dura reazione della Lega, con la nota manifestazione del maiale. Eppure, dare un luogo di preghiera significa favorire integrazione e convivenza, esattamente come avvenuto per le chiese ortodosse. I cattolici, va detto, ci sostennero molto».
Poi arrivò la questione che fece il giro del mondo: il muro di via Anelli.
«Il “muro” fu un’invenzione giornalistica perfetta per un’estate priva di notizie. Arrivò la stampa di mezza Europa: El País, Le Figaro, L’Humanité, oltre a tutti i quotidiani nazionali. Li accompagnavo io stessa. Mi chiedevano sempre: “Ma dov’è il muro?”. E io mostravo quella che era semplicemente una recinzione di metallo rafforzata. Durante i disordini del 26 luglio, gli spacciatori scavalcavano finendo nei giardini privati di via De Besi. I residenti avevano il diritto di essere protetti. Non era un muro ideologico, ma una barriera per ripristinare la sicurezza di chi viveva lì».
A differenza di altri ghetti italiani, via Anelli oggi non esiste più. Quale fu la chiave per risolvere il problema?
«Trattammo la vicenda non solo come un problema di ordine pubblico, ma come un’emergenza sociale. Trovammo risorse straordinarie nell’umanità di via Anelli: famiglie che lavoravano, pagavano le tasse e chiedevano solo dignità, stanche di essere strozzate dagli affitti e ostaggio dello spaccio. La politica della casa fu la vera svolta. In cinque anni investimmo oltre 10 milioni di euro in alloggi sociali in tutta la città, senza togliere niente a chi era già in graduatoria. E affiancammo ai trasferimenti un costante accompagnamento sociale per cancellare lo stigma che si portavano dietro».
Oggi che lezione lascia quell’esperienza?
«La lezione è che i problemi vanno affrontati nella loro complessità. All’interno delle situazioni difficili vanno ricercate le risorse positive per risolvere i problemi. Ci vuole molto coraggio nell’utilizzare gli strumenti della pubblica amministrazione, come le ordinanze per chiudere quei palazzi invivibili. Noi affrontammo sette ricorsi dei proprietari in tribunale e li vincemmo tutti. Ma soprattutto, bisogna saper distinguere chi commette i reati da chi è semplicemente vittima del degrado».
Non pensare, insomma, solo all’ordine pubblico?
«L’ordine pubblico da solo sposta soltanto il degrado da un posto all’altro. Si devono fare degli investimenti costanti sul sociale e soprattutto sul diritto all’abitare».
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