Il prof Tognon lascia la Petrarca dopo 41 anni: «La musica? Cambia i ragazzi»

Il docente padovano della scuola media di via Concariola va in pensione e scrive il libro «Mi chiamavano Toni»: «In gita mi rubarono le scarpe e che liti tra insegnanti agli scrutini. Oggi i genitori sono troppo protettivi. Mi sono sentito un prof di serie B»

Rocco Currado
Paolo Tognon
Paolo Tognon

Per Paolo Tognon, 65 anni, professore di musica, a breve suonerà l’ultima campanella. Dopo 41 anni alla scuola media Petrarca, è arrivato il momento della pensione.

Più paura o più sollievo?

«Sollievo. Il divario generazionale è diventato troppo grande. Però la scuola è stata una presenza costante nella mia vita. Probabilmente capirò davvero cosa significa in autunno, quando non dovrò più svegliarmi all’alba».

Il primo giorno da pensionato.

«Cercherò di farmelo scivolare addosso. Se ci pensassi troppo, il carico emotivo sarebbe eccessivo».

Torniamo indietro: il primo ricordo della Petrarca.

«In realtà non è da docente. Gennaio 1980: un mio collega oboista insegnava qui e organizzò una lezione-concerto. Cinque anni dopo il primo giorno da insegnante».

In quarant’anni è cambiato il mondo, ma pure lei è cambiato?

«Lo spirito è rimasto lo stesso. Ho sempre cercato di coinvolgere i ragazzi. Continuare parallelamente l’attività concertistica mi ha aiutato a mantenere viva la passione. I giovani percepiscono subito se fai qualcosa perché ci credi davvero».

Sono cambiati gli studenti.

«La capacità di ascolto si è ridotta, consumano tanta musica ma in modo superficiale. Mantenere l’attenzione è diventato sempre più difficile».

E le famiglie?

«Hanno cominciato a separarsi, ho notato spesso nei ragazzi una forte ricerca di affetto».

Oggi sono più fragili?

«Credo di sì. Paradossalmente cercano negli insegnanti una autorevolezza che manca altrove. In molte famiglie c’è una libertà che rischia di trasformarsi in assenza di regole».

Dica la verità: peggio gli alunni o i genitori?

«Da alcuni anni i ragazzi sono troppo protetti. Una qualsiasi punizione viene vissuta come un’ingiustizia dai genitori, che tendono subito ad attaccare il docente. Questo ci limita molto. Da obiettore di coscienza, dico che forse oggi bisognerebbe tornare alla leva militare».

L’autorità dell’insegnante è sempre più in discussione?

«Sì. E io agli occhi dei ragazzi sono sempre apparso buono, il contatto è sempre stato immediato. Il che da un lato favorisce il rapporto umano, dall’altro rende più difficile mantenere le distanze. Con me spesso i ragazzi si comportavano come a casa. Ma credo dipendesse anche dalla materia: non potevo minacciare un compito scritto, altrimenti avrei fatto odiare la musica».

Momenti difficili?

«Mi è capitato di avere studenti con gravi problemi comportamentali. Non ho preso botte, ma ho visto porte sfondate, vetri rotti. Ho sviluppato un distacco emotivo».

Il Covid.

«Per la musica è stato devastante. Non si poteva cantare né suonare. Ho fatto solo storia della musica: come chiedere a un atleta di allenarsi senza mai scendere in campo».

E la rivoluzione del registro elettronico?

«Un trauma. È arrivato in modo brusco, proprio durante il Covid. Ci siamo adattati, ma è stato complicato. Detto questo, la tecnologia ci ha dato anche strumenti preziosi».

Dell’ora di musica non frega niente a nessuno.

«Dipende dal nostro approccio. Ricordo una docente che aveva seppellito la sua passione, faceva dei compitoni di storia della musica terrificanti: centinaia di pagine da studiare, senza far ascoltare mai nulla. Io ho sempre cercato di portare in classe quello che vivevo sul palco».

Allora lo chiarisca: a che serve studiare musica?

«Ad aprire il cuore e la mente. Aiuta a scoprire in sé risorse latenti, a trovare una chiave di espressione, a sviluppare sensibilità, a comprendere meglio il mondo chi ci circonda. Non si può stare al mondo senza occuparsi di ciò che è stata l’espressione dell’uomo nei secoli».

Ok, ma il piffero?

«Povero flauto dolce. Per ragazzi che partono da zero è uno strumento semplice e accessibile. Però da tempo uso il flauto dolce contralto, che ha un suono meno isterico».

Si è sentito un prof di serie B?

«Più di una volta. Se prima o dopo la mia ora c’era una verifica di matematica o italiano, diventavo una specie di intervallo. È mortificante, mi sono chiesto spesso: che ci sto a fare qui?».

Ha mai pensato di mollare?

«Anni fa, quando mi si presentò l’opportunità di entrare in un’orchestra professionale. Ma non c’erano garanzie economiche».

I docenti, in Italia, sono valorizzati abbastanza?

«Dovrebbero essere sostenuti economicamente e tutelati di più. È una delle professioni più importanti».

Una storia che non dimentica.

«Un ragazzo difficilissimo, aggressivo con tutti. Aveva una situazione familiare molto pesante. Con me però era completamente diverso: amava la musica e come gliela presentavo. E io, che ho sempre invidiato i colleghi, mi sono preso una rivincita: per una volta ero l’unico insegnante capace di gestirlo».

Un errore che non rifarebbe.

«Aver dato troppa confidenza, l’espansività può debordare».

Un episodio da gita.

«Al mare in Provenza. Mi sono allontanato un attimo, sono andato sul bagnasciuga. Esono sparite le mie scarpe. Dopo averle cercate disperatamente per un quarto d’ora, quei disgraziati degli studenti me le hanno restituite appese a una canna di cinque metri».

L’ultima nota disciplinare.

Legge: «Gioca malamente con un astuccio che gli sfugge di mano e mi arriva in testa».

Il rapporto con i colleghi.

«Quasi sempre positivo. Ho avuto come punto di riferimento il professor Mareschi di educazione fisica, in grado di catturare l’attenzione dei ragazzi e imporre un rispetto esemplare. Ma c’è stato anche qualche contrasto. Agli scrutini ricordo scene da opera buffa (ride, ndr): lotte infinite per decidere se un ragazzo meritasse un quattro o un cinque. Colleghe che lanciavano borsette, scappavano di corsa».

Come ha conciliato l’insegnamento con la carriera concertistica?

«Con molta fatica. D’estate o nei periodi di aspettativa. Qui viene percepito come un fastidio».

Ha avuto soddisfazioni.

«Ho potuto suonare in sale straordinarie: dal Musikverein di Vienna alla Royal Opera House di Londra, Berlino, Parigi, Madrid, New York. Ho potuto esprimere tutta la mia competenza. Ancora oggi studio ogni giorno».

Lei è fagottista: uno strumento molto pop…

«Eccome. Io poi mi sono specializzato nei fagotti storici. E da anni mi appassiona la ricerca filologica: studiare trattati, ricostruire il suono del passato».

Perché scrivere un libro (Mi chiamavano Toni, disponibile su Amazon)?

«Quarant’anni nella stessa scuola sono quasi una saga. Lo ritengo interessante per chi conosce questa gloriosa istituzione padovana. La Petrarca si trova in un palazzo nobiliare, Palazzo Mussato: l’aura che c’è entrando qui è diversa da un’asettica scuola moderna. C’è sempre il passato che incombe».

Perché la chiamavano Toni?

«All’uscita da scuola mi salutavano così. Una storpiatura veneta del cognome, a metà tra l’affettuoso e il denigratorio».

Rimpianti?

«Ho sempre invidiato i colleghi che sono riusciti a vivere la scuola con più leggerezza. Per me è stato diverso: l’ho vissuta con passione, ma anche con molta molta fatica».

Una cosa che ha sempre rimandato e in pensione si concederà.

«Andrò a vedere l’Inter a San Siro, prima che lo demoliscano».

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