Si dimette il direttore del Pedrocchi dopo dieci anni alla guida dello storico bar padovano
Manolo Rigoni si dimette dopo 10 anni alla guida del locale. Nella scelta di lasciare non ci sarebbe collegamento con l’addio dell’ex amministratore delegato del gruppo Roberto Imperatrice

Dal primo ottobre Manolo Rigoni non sarà più il direttore del Caffè Pedrocchi. È una scelta irrevocabile quella del giovane che da 10 anni era alla guida dello storico Caffè – con i suoi 3.550 metri quadrati – aperto nel 1831 su progetto di Giuseppe Jappelli. Manager della F&de group, originario di Nove Vicentino, Rigoni ha già in tasca la lettera di dimissioni.
Ragioni personali
Come mai questo fulmine a ciel sereno? «Nessun tipo di polemica nei confronti del nuovo management dell’azienda di cui sono dipendente dal 2014 mentre sono direttore dal 2016, si tratta di una scelta a carattere strettamente personale e familiare. Dopo tanti anni sempre allo stesso posto e con lo stesso incarico è arrivata l’ora di cambiare aria. Mi attende innanzitutto un po’ di riposo e subito dopo un nuovo incarico, di cui al momento posso solo dire che si tratta di un lavoro dirigenziale in un ristorante qualificato che si trova in una villa sopra le splendide colline del lago di Como».
Nella scelta di lasciare, secondo Rigoni, non c’è nessun collegamento neppure con l’addio dell’ex amministratore delegato del gruppo Roberto Imperatrice, che si è dimesso – tra la sorpresa generale degli addetti ai lavori – pochi mesi fa ed è stato già sostituito dal manager padovano Mirko Sanna, il fondatore del bar Baessato, la cui gestione, peraltro, è stata ceduta pochi mesi fa all’imprenditore di Campodarsego Daniele Pagin.
«Non c’è alcun nesso. La mia scelta di vita non ha alcun rapporto con la decisione dell’ex ad della F&De Group. Anche perché parliamo di due livelli aziendali diversi, dove le competenze non sono state mai le stesse. Guidare tutto un gruppo a livello finanziario non è certo la stessa cosa che coordinare una squadra di lavoro dove convivono banconisti, camerieri, commis di sala e ristoratori già formati».
Il bilancio della gestione
Per il direttore del locale è ora di un suo personale bilancio degli anni trascorsi al Pedrocchi: «Io penso che gli obiettivi raggiunti da questa gestione siano pubblici e sotto gli occhi di tutti, anche perché in base alla convenzione il 12% delle entrate finisce nelle casse del Comune. Il fatturato annuale è stato triplicato, i dipendenti sono passati, in pochi anni, da 20 ad 80.
Tutta la squadra ha contribuito alla rinascita di un locale storico. Nelle scorso settimana ogni mattina si formavano lunghe code per bere il caffè al banco nella sala ottagona, in quella rossa o sulla terrazza. Due giorni fa, ad esempio, nell’ambito di un convegno di Urologia organizzato dal professor Dal Moro abbiamo garantito la ristorazione a 240 persone».
Oltre al direttore Rigoni, che prima di essere assunto al Pedrocchi aveva già ricoperto vari incarichi professionali, non lasceranno il Caffè altri lavoratori: «La squadra resta. Non ci saranno altre defezioni. Restano sia i quadri intermedi che tutti gli altri lavoratori».
Fra numeri e tutela
Se i numeri testimoniano la crescita economica, non possono distogliere l’attenzione dalla tutela di un bene storico. Tra arredi incongrui e gestione orientata al profitto, si è aperto un dibattito in città sul destino del Pedrocchi, che i padovani desiderano aperto, bello, ma anche rispettoso della memoria ottocentesca, allo stesso tempo vivo e fruibile come spazio pubblico e culturale.
E quindi – oltre ai caffè e ai ricavi – si tratta di custodire un patrimonio, restituire identità e realizzare il sogno ottocentesco di chi voleva dare alla città una reggia popolare. Nonostante alcuni correttivi, come il ripristino della sala Etrusca al piano nobile che era stata trasformata in un ufficio, resta ancora in piedi la questione degli arredi moderni e delle vetrine commerciali inserite nel contesto delle sale storiche del locale. La proprietà è stata più volte sollecitata dal Comune a rimuovere gli elementi incongrui, ma la risposta è che esistono dei contratti commerciali in corso e che sarà possibile una rimodulazione solo alla scadenza.
Il restauro a rilento
Nei mesi scorsi la giunta ha approvato un progetto di restauro da 820 mila euro delle sale al piano nobile, possibile grazie al mecenatismo del presidente di Acciaierie Venete Alessandro Banzato (tra gli azionisti di Nem, che edita il Mattino, ndr). Ma il restauro della sala Rossini che avrebbe dovuto iniziare il mese scorso è slittato al prossimo gennaio. Anche se l’intervento è atteso da anni.
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