Gasolio agricolo alle stelle, è crisi nel Padovano: «Stiamo lavorando in perdita»

Aumenta l’inflazione e raddoppia il costo del gasolio agricolo, ma agli agricoltori resta solo una minima parte del prezzo finale. Cia Padova denuncia speculazioni lungo la filiera: «Sono in atto fenomeni speculativi che vanno fermati»

Silvia Bergamin
Prezzi del gasolio agricolo alle stelle
Prezzi del gasolio agricolo alle stelle

L’inflazione cresce, i prezzi aumentano, ma nelle tasche di chi lavora i campi resta sempre meno: il dato dell’inflazione annua nel Padovano è più 1,7%, gasolio agricolo raddoppiato, ma appena il 10-15% del prezzo finale del supermercato resta ai produttori.

Una fotografia insostenibile, dove il carrello della spesa si fa sempre più caro mentre chi fatica sulla terra guadagna sempre meno. Frutta e verdura costano di più sugli scaffali, rileva Cia Padova, ma agli agricoltori arriva una quota sempre più ridotta. «Analizzando i dati», sottolinea il direttore di Cia Padova, Maurizio Antonini, «ci si accorge che sono in atto dei fenomeni speculativi».

I numeri lo dimostrano: nella primavera del 2025 l’insalata gentile costava in media 2 euro al chilo, oggi è salita a 3 euro, ma al produttore vanno solo 50 centesimi. Le melanzane sono passate da 3 a 4 euro al chilo, con appena un euro riconosciuto a chi le coltiva. Il sedano è salito da 1,50 a 2,50 euro, lasciando all’agricoltore solo 40 centesimi. Le cipolle bianche, infine, sono passate da 3,50 a 4 euro al chilo, con meno di 2 euro destinati al produttore. Antonini allarga le braccia: «Siamo nel mezzo di una tempesta perfetta.

Nell’ultimo mese il gasolio agricolo è aumentato del 100%, da 0, 70 a 1,40 euro al litro, mentre i costi dell’energia elettrica sono cresciuti tra il 30% e il 50%. Con questi numeri diventa impossibile portare avanti qualsiasi attività agricola in modo sostenibile». Il risultato è che molti produttori rischiano di lavorare in perdita: fatto 100 il prezzo finale di un prodotto al supermercato, agli agricoltori resta, quando va bene, tra il 10% e il 15%. «Il resto», chiarisce il direttore, «si disperde lungo la filiera, con costanti impennate difficili da intercettare». A pesare è anche una congiuntura economica sfavorevole. «A rimetterci, oltre agli agricoltori, sono anche i cittadini-consumatori finali, come dimostra il nostro report».

Le soluzioni passano dalla riduzione dei passaggi tra produttore e consumatore, accorciando la filiera, e dall’applicazione delle norme contro la concorrenza sleale, a tutela del Made in Italy. In questa direzione è prevista «la figura di un ente nazionale in grado di controllare, ed eventualmente sanzionare, tutte quelle azioni che danneggiano il mercato agroalimentare; ad esempio, la vendita di un prodotto palesemente sottocosto».

Altro nodo è la burocrazia. «I produttori sono tenuti a districarsi fra incartamenti e rendiconti vari. Un terzo delle loro giornate lavorative viene perso per adempiere a obblighi amministrativi. In una società veloce e iperconnessa, queste pastoie sono antistoriche. In ultima analisi, è urgente rimettere al centro l’agricoltura e gli agricoltori», conclude Antonini, «senza il comparto primario, il tessuto socioeconomico è destinato a soccombere».

A tutto questo si aggiunge l’incertezza legata ai mercati internazionali e alle dinamiche climatiche, che rendono ancora più instabile la programmazione delle aziende agricole e comprimono ulteriormente i margini. 

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