Prigionieri della paura del diverso

Non sono un sostenitore delle teorie cosiddette “gender”. A dire il vero non sono neppure sicuro di capire esattamente in cosa consistano. Poniamo pure, per ipotesi, che io non sia ferratissimo sui libri “gender” per bambini. La libreria Pel di carota di Padova, che distribuisce appunto libri per bambini, ha cercato per ben due volte in un mese di informarmi, assieme a quanti erano interessati alla cosa, attraverso due letture pubbliche, in uno spazio pubblico, come si conviene. Ma per entrambe le volte è arrivato il divieto da parte del Comune, direttamente per ordine espresso dal sindaco Massimo Bitonci che di libri “gender” non vuol sentir parlare e non vuole che altri ne parlino e ne capiscano. Evidentemente, ha già capito tutto e giudicato lui. Per tutti.
In ogni caso, il sindaco Bitonci mi ha impedito, e ha impedito a pochi o molti padovani, di informarsi, di saperne di più, di farsi una cultura. Il sindaco replicherà che non ha impedito la vendita dei suddetti libri, né ordinato la chiusura della libreria “incriminata”: ha solo negato uno spazio pubblico. Appunto. Uno spazio pubblico è di tutti e tutti hanno il sacrosanto diritto di usufruirne all’interno di un regolamento che prevede il rispetto degli stessi spazi e la possibilità di dire o mostrare qualsiasi cosa che non inciti alla violenza, o non sia palesemente e provocatoriamente volgare, o, se si preferisce, pornografica.
Il sindaco Bitonci la vede diversamente ed è legittimo. Non è legittimo invece che usi il suo potere per tacitare chi la pensa diversamente da lui. Non si capisce, peraltro, in base a quale principio possa arrogarsi il diritto di cosa si possa dire, leggere o mostrare negli spazi comunali a Padova.
Forse in base alla superiorità eterosessuale/naturale? O a quella civiltà superiore veneta e padana, sbandierata contro ogni altra cultura diversa dalla nostra, magari adducendo il fatto che da noi sono consentite forme di comunicazione, culto, espressione artistica e non che altrove sono impedite. Non rendendosi conto che ci si barrica dietro un principio di reciprocità del divieto, non del consentito. Un ossimoro. Ed è curioso come amino definirsi paladini della cultura liberale quanti temono le culture diverse dalla propria, ignorando che è la commistione, la contaminazione, la fusione delle conoscenze e delle culture a portare il progresso. I Marco Polo e i mercanti e i navigatori veneziani, oltre all’incenso, alle spezie, ai marmi e agli ori, hanno importato per secoli le culture dei popoli con cui commerciavano e combattevano anche, ma sempre imparando e apprendendo cose nuove e diversi punti di vista.
Padova si prepara ad accogliere il nuovo vescovo. Lo fa in un clima di chiusura di divieti, di oscurantismo. L’immagine che presentiamo a don Claudio dovrebbe essere quella di una città aperta, accogliente, pronta al dialogo e al confronto. Così non è. E la colpa è, spiace dirlo, principalmente del sindaco che vede nemici e insidie ovunque. Che pervicacemente tenta di piegare al suo volere tutto ciò che non gli aggrada o gli è contrario. In questo ben assecondato dai suoi assessori e spesso dai solerti funzionari.
È un peccato, perché la nostra città ha di fronte una serie importante di sfide, da quella economica a quella scientifica, in cui l’ospedale gioca una parte di rilievo, un futuro pregno di concorrenza e innovazione, fino al cambiamento più importante di tutti, quello generazionale e sociale, fatto di un inevitabile melting pot che al sindaco provoca l’orticaria, ma che è inevitabile, perché è più forte di lui. Queste sfide possono essere altrettante opportunità, anche perché a Padova c’è un fortunoso allinearsi di molti pianeti. Dall’università, al Comune, dalla Provincia, alla Diocesi, c’è stato il ricambio contemporaneo di tutte le guide. Un’occasione unica, a patto di non farsi vincere dalla paura e di non nascondersi nell’ignoranza.
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