Canella brinda alla Provincia e la politica padovana si ritrova a tavola
Alla festa per l’elezione di Daniele Canella si ritrovano esponenti della politica padovana e veneta. Tra brindisi, toto-deleghe e tensioni nella Lega, sullo sfondo c’è la sfida per il Comune di Padova

Si fa prima a dire chi non c’era. Massimo Bitonci, Giulio Centenaro: ovvio. Nemmeno il governatore Alberto Stefani, impegnato a Mestre. Per il resto, due sere fa, alla Penisola di Campo San Martino, c’era praticamente tutta la politica padovana.
E parecchia di quella veneta. I piccoli Comuni e il Senato con l’immancabile Antonio De Poli. Padova con il primo cittadino e Venezia con 4 assessori regionali e diversi consiglieri. E poi le categorie, l’Università, l’Interporto. C’era Enzo Spatalino. Una sorta di magna porcatio tutta dedicata a celebrare il neo presidente della Provincia, Daniele Canella. Che, è noto, ama fare le cose in grande: e a fine serata ha fatto sparare persino i fuochi d’artificio.
Del resto, chi conosce il sindaco leghista di San Giorgio delle Pertiche sa quanto tenesse al trono di Palazzo Santo Stefano.
«La battaglia della vita», esagerano i beninformati tra un bicchiere e l’altro. E se davvero è stata una guerra, almeno per una sera è arrivato l’armistizio: dopo settimane di tensioni e una partita interna alla Lega giocata fino all’ultimo, anche nel Carroccio finisce a tarallucci e vino. La fotografia della tregua, d’altra parte, è tutta in un tavolo: il segretario provinciale uscente, Nicola Pettenuzzo, siede accanto all’istrionico Marcello Bano. Sintomatica la presenza di Marco Agostini, l’aspirante presidente provinciale poi sacrificato sull’altare dell’accordo. Sorride, saluta, brinda. E guarda oltre.
Canella, non si dimentica di lui: «Lo ringrazio per essere qui». Tra i consiglieri provinciali, però, il pensiero corre inevitabilmente al giorno dopo. La domanda è: quando arriveranno le deleghe? E chi prenderà cosa? Sulla prima questione Canella mette un punto fermo: «Entro il fine settimana, per cominciare subito a lavorare». Sulla seconda, invece, si apre il toto-deleghe. Vincenzo Gottardo (Udc) stuzzica il leghista Stefano Baraldo: «Dai, dicci cosa avrai». Lui sorride e dribbla. Il meloniano Luigi Sabatino, invece, non si nasconde: «Ho chiesto di mettere la mia professionalità dove c’è più bisogno. Sono disponibile ad assumermi responsabilità vere, non deleghe artificiosamente svuotate per assecondare equilibri tra i partiti. Quando mi si affida un compito non ho bisogno né di tutori né di badanti.
Mi servono obiettivi e la libertà di collaborare con lui per raggiungerli». E, come da copione, va a provocare Enrico Turrin e il segretario Mauro Fecchio.
Al tavolo presidenziale il menù è più sostanzioso. Roberto Marcato e Sergio Giordani sono inseparabili, uno accanto all’altro. E proprio tra il sindaco di Padova e il consigliere regionale leghista va in scena l’ennesimo siparietto. «Non sapevo avessi quel curriculum, perché io nel frattempo lavoravo», scherza Giordani rivolgendosi al bulldog che sogna di prendergli il posto tra nove mesi, «ti voglio bene ma non sei adatto a fare il sindaco».
Sullo sfondo, infatti, ci sono le amministrative di Padova. La campagna elettorale entra nei discorsi quasi naturalmente. La forzista Elisa Venturini si avvicina a Marcato. Parlano, ma chissà che si dicono. Pronto per la corsa? Il senatore De Poli sorride e passa oltre. Non passa inosservato nemmeno Marco Carrai, che con Orizzonti punta a ritagliarsi un ruolo nella partita amministrativa. E non da comparsa. Poco più in là, gli spin doctor fanno capannello. Strategie, scenari, sondaggi, percezioni. E soprattutto una domanda: come finirà? «Vincete voi».
«No, è aperta». «Al primo turno può vincere solo Andrea Micalizzi». Ragionamenti, ipotesi, dubbi e qualche presa in giro. Tutto rigorosamente a gomito alto. La festa finisce, si riapre la partita politica. E a quel punto finiscono anche i tarallucci e il vino.
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