«Quella sera vidi i corpi in terra Ho voluto esserci per omaggiarli»

Giovanni Benacchio, 89 anni, era il vigile del fuoco in servizio nel 1981 Ieri dopo la commemorazione si è piegato sulla lapide delle vittime 

La testimonianza

La commemorazione dei due carabinieri che hanno pagato con la vita uno dei più truci capitoli della sanguinosa stagione degli anni di piombo – Enea Codotto e Luigi Maronese – è appena terminata. Le autorità cominciano ad andarsene, incamminandosi lungo l’argine che 40 anni fa è stato teatro dei tragici fatti. Lui no. Lui rimane ancora lì, fermo, con le spalle al fiume e lo sguardo fisso verso la stele. Ha atteso la fine della cerimonia per avvicinarsi con discrezione alla lapide con impressi i nomi e le foto dei due giovani militari scomparsi e insigniti della Medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria per il “mirabile esempio di eccelse virtù militari, fulgido ardimento ed assoluta dedizione al dovere”. Si inchina piano e con una mano accarezza i due volti stampati in bianco e nero. Abbassa la testa, qualche lacrima lo tradisce e lo costringe a scostare gli occhiali con una mano. Alla fine si commuove. Si chiama Giovanni Benacchio, ha 89 anni, ma non li dimostra. È agile, lucido. È un ex vigile del fuoco in pensione e la sera del 5 febbraio 1981 intervenne nel Lungargine Scaricatore dov’erano appena stati uccisi i due giovani militari. «Di cose tristi in 36 anni di servizio purtroppo ne ho viste tante, non basterebbe un giorno intero per ricordarle tutte, ma quella notte rimarrà impressa nella mia memoria finché vivo», racconta emozionato. «Ero in servizio nella storica caserma di Prato della Valle, quando noi vigili del fuoco siamo stati chiamati a intervenire. Sono arrivato con il carro luce perché c’era la necessità di illuminare la zona perché i carabinieri facessero i rilievi e trovassero i reperti di ciò che era appena accaduto». L’ex vigile del fuoco è una delle prime persone ad arrivare sul posto. La scena che si presenta davanti ai suoi occhi è ancora così vivida che quando ne parla gli trema la voce e gli occhi azzurri si fanno più lucidi. «Quando sono arrivato c’erano i due carabinieri a terra. Erano stati appena uccisi, non erano ancora stati coperti dal lenzuolo bianco. Erano proprio qui. Uno a destra e uno a sinistra», continua indicando il camminamento dell’argine. All’epoca Giovanni era un uomo d’azione, un vigile del fuoco che non si è mai sottratto al suo dovere e che anche in situazioni difficili ha mantenuto il sangue freddo dando il suo indispensabile contributo. «Ho piazzato il carro luce in modo che illuminasse tutta l’area e poi, insieme ai carabinieri, mi sono adoperato nella ricerca dei bossoli. Ho preso la pila e sono sceso nella scarpata. C’era un ghiaccio tremendo e con il fascio di luce della pila luccicava tutto. Era veramente difficile trovare i bossoli. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Ci siamo dati tutti da fare e un po’ alla volta abbiamo iniziato a trovare i primi». Impossibile dimenticare i volti di quei poveri carabinieri morti a poco più di vent’anni nell’espletamento del loro servizio. Impossibile cancellare il 5 febbraio del 1981, anche dopo tanti anni. Per questo motivo ieri mattina Giovanni Benacchio ha deciso di essere lì, al Lungargine Scaricatore, di fronte agli stessi volti, impressi in una foto, che vide a terra privi di vita quarant’anni fa. «A distanza di tempo ho sentito la necessità di venire a commemorare questi due poveri ragazzi. A distanza di 40 anni ho sentito il bisogno di venire qua e portare un saluto». L’ex vigile del fuoco si commuove ancora una volta, eppure è un uomo che nella vita ha vissuto molte situazioni drammatiche, come racconta lui stesso. «Questo è stato un episodio tra i più tristi ma nel corso di tutti gli anni che ho passato nei vigili del fuoco ce ne sono tanti altri», abbassa la testa, «Voi non potete capire cos’è passato sotto queste mani quando ad esempio c’è stata la tragedia del Vajont, nel 1963». —



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