Quella violenza che dorme nella mente e i giovani vittime e carnefici di un’estate di sangue

Non si diventa crudeli o violenti in un minuto, nemmeno con la rabbia dentro, neppure di fronte a qualche evento che lacera le sicurezze e scoraggia qualche presupposto educativo. Non si passa così velocemente dall’amore all’odio, dall’amicizia all’inimicizia. Per agire ci vuole un pensiero, anche se inesatto, paradossale, malato, ma l’azione violenta è un costrutto che preesiste la messa in atto. Igli Meta, Ambera Saliji e Isamele Lulli: la loro storia è una metafora del legame solidale che amano pensare gli adulti, gli illusi, gli utopici, quello di vedere lo stare assieme in un quartiere, in una scuola, in una scorribanda, il presupposto di quella prevenzione al delitto che è l’amicizia. Per uccidere ci vuole un meccanica violenta, quasi sconosciuta alla mente normale che non la prevede, non la pensa. Per sgozzare un uomo, anche se ragazzo, ci vuole ancor più forza, determinazione, un pensiero che avvolga e occupi ogni dettaglio emotivo e razionale. Per farlo lo devi aver visto, lo devi aver concepito, deve far parte in qualche dettaglio culturale di te stesso. Nell’evento la vittima perde ogni connotato di legittimità, della propria esistenza, diventa l’oggetto - soggetto che placa e nutre un bisogno, nel sangue il mio sangue, nella tua morte la mia vita, nella tua morte la mia rivincita, un atto potente ed inesprimibile di potere.
Si muore così senza nemmeno capire il senso di ciò che ti sta accadendo, ma in questa morte ci sono analogie simili a quelle azioni in cui prendi sostanze che non conosci, perché in quella leggerezza perdi la vita.
Due eventi, il sedicenne al Cocoricò e lo sgozzamento di Pesaro. Diversi, non compatibili, ma un filo conduttore c’è: l’ingenuità, l’utopia e la demagogia. Da un lato non capire gli usi e i costumi diversi che possono implodere a prescindere da qualsiasi integrazione e dall’altro una visione semplicistica e riduttiva verso le droghe falsamente leggere, capaci di distruggere e creare un inesorabile percorso verso chi pensa di dominare eventi alternativi alla ragione.
Le droghe e la violenza sono esattamente la rinuncia al pensare a un te stesso che esiste a prescindere dai propri bisogni. Si incrociano le morti, diverse, una che toglie dignità e maschilità ferma al medioevo che ritorna nella scena di un occidente ostinato a non voler capire che la modernità e i diritti umani non passano attraverso internet, sapere l’inglese, poter essere cittadini d’uropa, perché ci sono ancora sedimenti incapaci di rinunciare alle proprie radici, dove la donna è possesso, diritto, dà o toglie dignità a un maschile atrofizzato nel passato o in una psiche così debole da non riuscire a trovare o crearsi alternative a valori radicati al bisogno di potenza. E che dire della fidanzata adolescente dell’omicida che si inorgoglisce per l’amore che passa dentro il delitto, che nel sangue brutale primitivo vede compiuto un potere ben più forte di un viaggio ai Caraibi, ad una borsa di Chanel o a un fidanzato blasonato. Per Ambra la potenza è essere l’oggetto dell’idea di vita e di morte che rende la vanità carica di paradossi, che dovrebbero farci riflettere, perché si tratta di una sconfitta per le donne oramai senza memoria delle battaglie orgogliose del passato. È tempo che la famiglia riprenda il proprio destino, vigili, sappia dire di no, si informi, non sia complice, non sottovaluti, recuperi questo ruolo malato e privo di tutele, perché la violenza non dà e non ha futuro e questo potrebbe essere l’inizio di un’idea di nuovi martiri.
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