Quelle venete sorelle d’Italia

di Nicolò Menniti Ippolito
Sono tutt’altro che ingenue le sorelle d’Italia: non sono solo madri che piangono figli e mariti, che si commuovono per l’amor di patria, sono donne determinate, politicamente lucide, che non si tirano. Eppure, queste donne forti sono state accantonate, dimenticate, espulse dal Pantheon risorgimentale, e solo ora, come coda alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia sembrano tornare.
Per esempio tornano le patriote venete in “L’altra metà del Risorgimento” (Cierre, pp.240, 12.50 euro) un volume curato da due storiche che da tempo si occupano di storia delle donne, come Liviana Gazzetta e Nadia Filippini.
Nel libro, che verrà presentato oggi alle 16,30 al Pedrocchi di Padova tra gli altri da Mario Isneneghi e Carlotta Sorba, sono raccolti testi e tracciati itinerari di quelle che non sono mai diventate eroine della patria, ma spesso hanno fatto le stesse cose di quelli che sono diventati eroi.
«La rimozione del ruolo delle donne nel Risorgimento - racconta Liviana Gazzetta - è cominciata durante il fascismo. Di tutte le figure femminili si salvò solo quella di Adelaide Cairoli, perché la sua figura di madre che alleva i figli nell’amor di patria era funzionale alla ideologia del regime. In precedenza, invece, nell’Italia giolittiana, l’attenzione per le donne che avevano partecipato al Risorgimento c’era, tanto è vero che siamo partite da lì, per ricostruire alcune figure dimenticate».
Una rimozione forzata, che non è semplice dimenticanza di qualche nome, ma alterazione di un ruolo. «Su molte figure femminili del Risorgimento - continua Liviana Gazzetta - sappiamo poco o nulla, spesso solo il nome, ma ricercando i documenti pubblici e privati abbiamo constatato che non si tratta di casi isolati, specie in alcune parti d’Italia come il Veneto dove, fra le donne, si nota una prevalenza delle repubblicane». E’ il caso di alcune figure di primo piano come le contesse Maddalena Montalban Comello e Leonilde Lonigo Calvi. «Il loro - dice Liviana Gazzetta - fu un ruolo fondamentale nella organizzazione democratica a Padova e Venezia. Furono loro a dirigere i comitati rivoluzionari, a raccogliere il denaro, a sollecitare adesioni, a finire in carcere».
Ma ad essere mazziniane non erano solo le contesse. In questo senso il libro di Nadia Filippini e Liviana Gazzetta va in direzione contraria a quel revisionismo storico che vuole ridurre il Risorgimento a fenomeno di pochi, a complotto delle classi superiori. Ma dice anche qualcosa in più. «Leggendo i testi di queste donne - dice Liviana Gazzetta - si scopre una grande capacità politica. In un dialogo anonimo pubblicato nel 1848 sul foglio settimanale padovano “Il Caffè Pedrocchi”, una patriota spiega con grande precisione ad un patriota maschio perché il suffragio universale non sarebbe veramente democratico se non prevedesse la partecipazione femminile».
E per rimarcare il legame tra le donne del Risorgimento ed il movimento emancipazioni che nasce pochi anni dopo, il libro di Nadia Filippini e Liviana Gazzetta si spinge in avanti fino alla manifestazione delle donne venete del 1866 in piazza San Marco per rivendicare il diritto di voto al plebiscito: un diritto che l’Austria aveva riconosciuto e che il nuovo stato, per cui quelle stesse donne si erano battute, si ostinava ora a negare.
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